
Secondo quanto riportato da Axios, OpenAI avrebbe già generato circa 100 milioni di dollari di ricavi annualizzati grazie all’introduzione della pubblicità su ChatGPT. Un risultato sorprendente, considerando che il programma pubblicitario sarebbe partito appena due mesi fa, nel febbraio 2026, segnando un debutto estremamente rapido e promettente per questa nuova strategia di monetizzazione.
Le ambizioni dell’azienda sono però ancora più grandi. OpenAI avrebbe condiviso con gli investitori previsioni molto aggressive: 2,5 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari entro la fine del 2026, con una crescita fino a 53 miliardi nel 2029 e addirittura 100 miliardi entro il 2030. Numeri che, se confermati, porterebbero la società a competere — o addirittura superare — colossi come Tesla e Disney in termini di fatturato.
Queste stime si basano su un’espansione significativa della base utenti. OpenAI prevede infatti di raggiungere circa 2,75 miliardi di utenti settimanali entro il 2030, rispetto agli attuali circa 900 milioni. Tuttavia, come spesso accade nel settore tecnologico, tali proiezioni vanno interpretate con cautela, soprattutto in vista di una possibile IPO multimiliardaria.
Il modello pubblicitario adottato da OpenAI non è del tutto nuovo: si ispira chiaramente a quello di Google, basato sulla raccolta e sull’analisi dei dati degli utenti per offrire annunci mirati.
ChatGPT potrebbe però rivelarsi ancora più efficace sotto questo aspetto: durante le conversazioni, gli utenti condividono spesso informazioni molto dettagliate su interessi, esigenze e preferenze, sia in modo esplicito che implicito. Questo livello di profondità rappresenta un potenziale enorme per la pubblicità personalizzata.
Proprio questa caratteristica, però, solleva anche importanti criticità. L’introduzione degli annunci ha già generato reazioni contrastanti: alcuni utenti percepiscono la pubblicità come una possibile violazione della fiducia riposta nel sistema.
ChatGPT, infatti, non è visto solo come uno strumento informativo, ma anche come un assistente personale o un interlocutore neutrale. L’inserimento di contenuti sponsorizzati potrebbe quindi compromettere questa percezione.
Non a caso, la concorrenza si sta muovendo rapidamente per differenziarsi. Anthropic, ad esempio, promuove il proprio chatbot Claude come alternativa priva di pubblicità, puntando proprio su questo elemento nelle proprie campagne.
Le previsioni di OpenAI si basano sull’idea di conquistare una quota significativa del mercato pubblicitario digitale, oggi dominato da colossi come Google, Amazon, Meta e TikTok.
Il progetto pilota, lanciato a inizio febbraio, avrebbe già prodotto risultati notevoli. Secondo Digiday, OpenAI ha iniziato a testare un proprio ad manager, inizialmente disponibile solo per un gruppo ristretto di inserzionisti. Parallelamente, con l’ingresso di Dave Dugan (ex Meta) come vicepresidente delle soluzioni pubblicitarie globali, l’azienda ha anche ridotto la soglia minima di investimento da 200.000 a 50.000 dollari, rendendo la piattaforma più accessibile.
Secondo l’analisi di Axios, la pubblicità rappresenta un’opportunità concreta per sostenere gli elevati costi operativi dell’intelligenza artificiale, ma rischia di cambiare radicalmente la natura dei chatbot: da strumenti al servizio degli utenti a piattaforme orientate agli inserzionisti.
Un ulteriore indizio arriva da AdWeek, che ha individuato nei frammenti di codice dell’ad manager segnali di una possibile evoluzione verso campagne basate su click e conversioni. Se confermata, questa direzione trasformerebbe ChatGPT in un vero e proprio motore di pubblicità performance, avvicinandolo sempre più ai modelli consolidati del web advertising.