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AI & ROBOTICA

Le canzoni create dall’intelligenza artificiale scalano le classifiche (ma valgono davvero?)

Brani generati da software IA raggiungono i vertici di Spotify e Billboard, ma il loro “successo” è spesso gonfiato e poco significativo

Negli ultimi giorni alcune canzoni prodotte interamente con l’intelligenza artificiale hanno fatto irruzione in diverse classifiche musicali, attirando molta attenzione ma sollevando anche parecchi dubbi sul loro reale valore. I brani in questione sono Walk My Walk e Livin’ on Borrowed Time, attribuiti ai Breaking Rust, e Wij zeggen nee, nee, nee, tegen een AZC, un inno anti-migranti pubblicato da un artista nederlandese sotto il nome di JW Broken Veteran.

Le due tracce dei Breaking Rust hanno raggiunto, in momenti diversi, il primo posto della “Viral 50 USA” di Spotify, la classifica che misura i brani più condivisi negli Stati Uniti. Al momento restano entrambe nella top 10: Livin’ on Borrowed Time è quinta, mentre Walk My Walk — ormai vicina ai 4 milioni di ascolti — è seconda.

Quest’ultima ha conquistato anche la vetta della classifica Country Digital Song di Billboard per due settimane consecutive, insieme ad altri due brani generati dall’IA, Don’t Tread On Me e Ain’t My Problem di Cain Walker. Ma il risultato è meno clamoroso di quanto sembri: questa classifica, che considera solo i download digitali a pagamento del genere country, oggi conta cifre minime. Nella settimana di monitoraggio conclusa il 6 novembre, Walk My Walk ha venduto poco più di 2.000 copie, mentre i due brani di Cain Walker circa 1.000. Per confronto, The Fate of Ophelia di Taylor Swift — prima nella più ampia classifica Digital Song Sales — ne ha vendute oltre 29.000.

La canzone nederlandese Wij zeggen nee, nee, nee, tegen een AZC è invece balzata al primo posto della “Viral 50” dei Paesi Bassi, ma solo nella sua versione remix. L’originale, insieme a tutto il catalogo di JW Broken Veteran, è stato rimosso da Spotify e YouTube dai presunti detentori dei diritti, la cui identità resta poco chiara.

In realtà la rilevanza di queste classifiche è piuttosto limitata: negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di manipolazione tramite bot listening, una pratica in cui software automatizzati riproducono artificialmente i brani per gonfiare gli ascolti e simulare popolarità.

Non è nemmeno la prima volta che l’IA riesce a scalare le classifiche. Già lo scorso anno un anonimo musicista statunitense, Michael Smith, aveva guadagnato oltre 10 milioni di dollari generando migliaia di brani con l’IA e gonfiando gli ascolti tramite centinaia di account falsi. Più di recente, la misteriosa band Velvet Sundown aveva raggiunto mezzo milione di ascoltatori mensili prima di rivelare che la loro musica — e probabilmente la band stessa — era una provocazione artistica prodotta dall’intelligenza artificiale.

E casi simili diventeranno sempre più frequenti. Servizi come Suno e Udio permettono a chiunque di generare musica professionale in pochi secondi scegliendo un genere, un mood e qualche spunto di testo, il tutto con abbonamenti dal costo contenuto. Secondo uno studio pubblicato da Deezer, ogni giorno vengono caricati 50.000 brani generati dall’IA: circa il 34 per cento del totale.

La musica del futuro sarà sempre più popolata da artisti che… non esistono. Ma resta da capire se questi numeri rappresentino successo reale o solo rumore di fondo prodotto da algoritmi e automatismi.

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