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Una manovra perfetta

Trentacinque anni dopo il film originale, la Top Gun Generation si guarda allo specchio e ritrova sé stessa, almeno per un paio d’ore

Diciamolo pure: per i ragazzi degli Anni Ottanta, crescere è stato spesso uno schifo. La generazione più felice di sempre ha avuto un’adolescenza fondamentalmente spensierata, in cui poter esprimere al massimo grado cosa volesse dire esuberanza. Lontani dai fratelli maggiori degli Anni Settanta, capelloni alle prese con la contestazione sociale; decisamente lontani dai fratelli piccoli degli Anni Novanta, immersi nella depressione grunge; hanno vissuto un decennio adolescenziale ottimista e colorato, nei pensieri e nei vestiti.

Questo ottimismo, la cui apoteosi è stata la caduta del Muro di Berlino, si è dovuto presto misurare contro un mondo che, proprio in cima alla sua traiettoria ascendente, è caduto in una ingovernabile vite orizzontale. Pur essendo stati certamente fortunati in termini di accesso al lavoro rispetto ai ragazzi di oggi – ma non tanto quanto i loro privilegiati padri – quelli degli Anni Ottanta hanno visto scoppiare intorno a sé guerre e pestilenze, cadere grattacieli che sembravano indistruttibili, affondare un sistema economico che li ha spesso lasciati sulla lama di un rasoio. E anche quando ce l’hanno fatta, hanno visto il proprio benessere implacabilmente eroso da fattori incontrollabili, tanto da riuscire oggi a mantenere spesso lo stesso livello di qualità di vita dei propri padri, pur avendo un grado d’istruzione ed uno stipendio sulla carta molto più alti.

È quindi la generazione delle promesse tradite, quelle dell’elevazione della propria condizione sociale a fronte del sacrificio della propria giovinezza. È anche la generazione delle ultime illusioni, cui è stato raccontato da giovani che il mondo era avviato su una parabola di crescita senza fine, della quale si poteva godere in cambio dell’impegno assoluto nei confronti dello studio e del lavoro. 

L’esistenza di un gap tra la realtà odierna e quella che si pensava dovesse realizzarsi, trova la sua rappresentazione artistica in una crescente ondata di revival di storie, ambienti e riferimenti culturali che restituiscono a quei ragazzi quel po’ di sana nostalgia e di pensieri felici che è strumentale per portare avanti il proprio impegno di ogni giorno. È il caso, ad esempio, del successo planetario della serie Stranger Things, che è un inno agli anni Ottanta ed alle suggestioni di quel periodo. Si tratta infatti della trasposizione in forma fantasy-horror di quei concetti di ottimismo, amicizia, collaborazione e competenza che sono necessari per vincere anche contro il nemico più spietato. Più clamoroso ancora è il successo incredibile di Top Gun: Maverick, il sequel del film d’azione icona di un’intera generazione.

Va innanzitutto riconosciuto a Tom Cruise, attore protagonista e produttore, un coraggio senza pari. Riprendere la storia che lo ha consacrato stella di livello planetario, e cercare di non farne scempio, è un compito che farebbe tremare chiunque. La storia recente del cinema è piena di sequel di pellicole famose, che hanno ricevuto dagli spettatori il classico lancio di pomodori – un esempio è Ghostbusters II. E, al di là del rischio di fallire terribilmente, resta quello di non riuscire a trovare la giusta misura tra quei richiami all’opera originatrice che fanno sorridere i fan, e lo scadere nel melenso o nell’insulso.

Top Gun: Maverick, invece, è un autentico, nostalgico, significativo e convincente sequel al film del 1986. Della straordinaria fotografia, dell’ottima scrittura narrativa, della credibilità dei protagonisti e della capacità degli attori non parleremo, ma già questo basterebbe a farne un grande film. I richiami alla pellicola originale, dalla leggendaria colonna sonora, alle sequenze iniziali, alla partita sulla spiaggia, sono numerosi ma mai fuori luogo o esagerati. Sono sempre suggeriti e mai eccessivi, così come le memorie devono essere. 

Maverick è soprattutto la biografia vivente di una generazione ormai matura e consapevole, che nonostante non abbia più l’incoscienza e la forza dei propri vent’anni, mantiene intatta la propria identità e non esita a gettarsi dentro la prossima missione dando l’esempio e guidando i propri figli, gli adulti di domani. È il tributo a sentimenti che credevamo sepolti o desueti, nonché la rappresentazione tranquilla e serena dell’amore maturo – tutti abbiamo una Penny Benjamin, da qualche parte.

Poche volte una storia riesce ad essere un punto di riferimento di un’intera vita, rappresentando la spensieratezza giovanile e dando significato all’età matura. Maverick riesce invece a chiudere il ciclo iniziato con Top Gun, scrivendo l’epitaffio morale di quei ragazzi con il giubbino di pelle pieno di toppe di missioni di combattimento, che negli ultimi trent’anni hanno cucito sulla propria anima quelle che rappresentano le gioie e dispiaceri di una vita vissuta con il postbruciatore al massimo.

La fine è inevitabile, Maverick. La tua razza è destinata all’estinzione.


Forse è così, Signore. Ma non oggi.

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