SICUREZZA DIGITALE

Lo smart-working all’italiana favorisce gli hacker?

Mancanza di procedure, infrastrutture domestiche multiuso e multiaccesso, informalità: finora ci eravamo salvati perché in realtà lavoravano poco e in pochi. Ma ora che il mondo ci spinge allo smart, che sta succedendo?

Lo smart working nella pratica e alle nostre latitudini si suddivide in tre categorie: 1) reale e funzionante (facciamo un 5%: è quello a cui ci riferiamo quando analizziamo pro e contro); 2) finto e fintamente funzionante (un 45%, tipicamente P.A., da due anni campiamo di proroghe e autocertificazioni perché lo Stato Facile Da Usare praticamente si è fermato, ma Brunetta li premia); 3) mille problemi e intoppi (50% che vorrebbe funzionare ma è senza strumenti o cozza con barriere varie). Le stime sono mie ma accetto sfide.

Non ci voleva un profeta biblico per prevedere che chiudere tutto fosse facile e riaprire sarebbe stato un ginepraio: la fuorviante dichiarazione che lo smart working sarebbe diventato una modalità lavorativa standard, e non transeunte, ha legittimato il principio di tranquillità che prima era solo sussurrato a mezza voce: si lavora meglio se si sta tranquilli. Cioè se non si affrontano quotidianamente metropolitana randomica, scuole con assenteismi dei docenti stratosferici e difficoltà a parcheggiare i figli, mariti che invece di aiutare in casa le mogli vanno a giocare a padel o si inventano finte doppie personalità sui social. Certo, si lavora meglio da tranquilli: scusate ma alla una devo andare a prendere il bambino all’asilo – OK, con te riprendiamo alle 15 – che poi tra una cosa e l’altra diventano le 16 e alle 17 l’altra collega ha la piscina del bocia. 

Poi c’è la terza lingua. C’era una volta l’inglese, al massimo l’americano, oggi è arrivata la variante Omicron dell’inglese parlato da est euro, indiani e pakhi, con tutto il bene che voglio loro. Provate a farvi raccontare il lavoro di una settimana in quella terza lingua e cercate di ritradurlo per i vostri datori brianzoli. E’ andata via la linea e vi siete persi il punto chiave, boh, andate per interpolazione e ve lo inventate, poi le stranezze del mercato del lavoro: chi lavora su progetti, o ne segue 5 assieme e li fa a pezzi e bocconi, per non tirare in ballo il cane, o non ne fa nessuno e geme senza redditi.

Nei logorroici media, nessuno collega i puntini tra diffusione dello smart working, in ciascuna delle tre categorie, e dilagare delle violazioni informatiche. Tutta l’assistenza remota sui dispositivi e sulle applicazioni viene fatta bisbigliandosi password al telefono o in videochaimata, cedendo il controllo delle sessioni, mettendo firme elettroniche in nome e per conto, bypassando autenticazioni a due livelli, il tutto sotto la bandiera del “tanto a chi vuoi che interessi”.  A quale geopoliticante doveva mai interessare l’aeroporto di Genova? Eppure l’hanno craccato. 

Attenzione: durante la pandemia avete sentito qualcuno lamentarsi perchè aveva un solo PC in casa ed erano in smart lui e la moglie più due figli in DaD? Io pochi, strano in un paese, come diceva una canzone di De Gregori, di “martiri professionali”. Nessuno ha chiesto un’indennità per l’uso dell’own device o dell’ADSL personale e solo alcune aziende lo hanno fatto sua sponte. Questo diffuso volontariato a me malevolo dei bassifondi è parso sospetto. Conoscendo la complessità delle procedure di segregazione di quello che si chiama BYOD (bring your own device), avendo dovuto periziare e fare sanzionare inserzioni di pendrive durante l’uso di sistemi corporativi, non posso che concludere che il rischio di violazione deve essere molto aumentato durante lo smart e avere di conseguenza fatto venire molte luminose idee ai mascalzoni, come altri hanno su queste colonne dottamente argomentato.

Ora mettete nel Bimby i seguenti ingredienti: deresponsabilizzazione assoluta e imperitura, cultura generalizzata dell’impunità, demotivazione e sicurezza del posto (un mix nel mix veramente micidiale), alibi della non-tranquillità, alibi della salute-prima-dell’economia, età del sorvolo (cioè il dissidio lavoro-vita, colpevolmente ignorato dai contadini di una volta), banda ultra stretta, uso dei PC lavorativi per contemporanee attività ludiche e su siti equivoci, mancanza di procedure, mancanza di impermeabilizzazione tra ambienti lavorativi e altre applicazioni.

Purtroppo, il rientro dallo smart working è stato fatto a macchia di leopardo: rientra chi vuole, rientra chi può. Così chi è rientrato lavora ancora in smart, con la metro e i figli da allocare. Interi gruppi ben amalgamati da management illuminato si sono organizzati per lavorare a turno: siamo in 5, ne basta 1, gli altri 4 liberi a rotazione. A nessuno passa per la testa che questi modi di lavorare andranno spiegati un giorno a geniali figure come la signora Lagarde o il signor Dombrovskis. E che a furia di lasciare libera la seggiola in ufficio prima o poi ci si va a sedere qualcun altro che costa la metà.

L’arrivo in massa di potenziale forza lavoro da sbarchi finora non ha fatto grandi danni: sì, certo, costano di mantenimento, un po’ delinquono ma lo fanno anche i nostri. Quando saranno, come tutti auspicano, integrati, diverranno competitor da 3 euro l’ora, non facciamo finta di cadere dalle nuvole. Se oggi raccolgono il pomodoro a un terzo di quel valore, sarà pur sempre un avanzamento. Tra tanti cherubini e serafini, qualche scaricatore di porto come me, che parli brutale, ci deve pur essere…Ecco dunque che lo smart working si rivela un ulteriore tassello (assieme all’ossessione psicosanitaria, assieme alla ricerca di eroi identitari fuori dal quotidiano, assieme all’uno vale uno e al culto dell’incompetenza) di quella nuova normalità che si profila. Nella quale gli attacchi alla sicurezza informatica diventeranno uno sport da seguire con trepidazione sulle piattaforme pay TV.

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