RISORSE UMANE

LAVORO 2.0? Lo “smartworking” dall’ufficio

Riflessioni sul rientro nella nuova dimensione lavorativa

Scene (sur)reali da un ufficio di oggi, appena rientrati in presenza in una sede lavorativa. Una grande sala arredata in modo semplice: tavoli, sedie e armadietti con la chiave. I tavoli sono suddivisi in piccoli loculi attrezzati con monitor, in cui ogni dipendente può collegare il proprio PC, sistemarsi la cuffia e… lavorare. 

Questo consiste, tipicamente, nel collegarsi ad una sequenza di videocall senza soluzione di continuità (“scusate, vi saluto che mi inizia un’altra call”), che però appare poco video e molto call: i partecipanti appaiono come delle lettere (le iniziali del proprio nome) visibili sullo schermo. Per chi ha inserito la foto sul profilo si può vedere qualcosa che assomiglia al suo proprietario.

Nella sala echeggiano le voci di chi sta parlando, e da qui si comprende che la stessa voce riemerge -con il classico ritardo dello streaming- da un altro PC collocato in un altro punto dell’ampia sala. Di fatto la videocall è una riunione di persone che sono quasi tutte vicine, sprofondate nel proprio loculo, ma ognuno parla al suo microfono (“parla più piano che mi disturbi”), ascolta con la sua cuffia o dal monitor (“abbassi il volume per favore?”), fermo nel suo loculo (ma se si alza e se ne va non se ne accorge nessuno, in effetti), sguardo fisso al proprio PC…

Insomma, è come lo “smartworking”. 

Ma in ufficio, e non da casa!

Facciamo un passo indietro. Molto indietro. Nel mondo di Paperopoli, di lavoro da remoto già se ne parlava nel 1983!

Molte aziende, specie quelle a maggiore tecnologia, avevano già iniziato -ben prima dell’arrivo della pandemia- a sperimentare il lavoro da remoto, coniando una nuova parola italiana: “smartworking”. O, per voler essere più precisi, uno pseudo-anglicismo, visto che -per chi è di lingua inglese- si tratta di “Work From Home” (WFH), oppure remote working: smartworking semplicemente non esiste.

L’arrivo del lockdown pandemico ha di fatto obbligato a ricorrere a forme di lavoro remoto, in tutti i contesti in cui fosse possibile, e anche oltre: la necessità ha imposto a tutti, aziende, dipendenti e famiglie di ripensare la modalità di lavoro in una dimensione completamente differente. Da casa.

Sono innumerevoli le considerazioni che sono state fatte e che si possono fare in merito, da quelle relative all’equilibrio casa-lavoro, alle competenze digitali non adeguatamente sviluppate da molti lavoratori, dall’esposizione agli attacchi cyber, alla dotazione tecnologica individuale, all’adozione di nuovi strumenti per favorire la collaborazione, alla diminuzione delle emissioni di C02 e del traffico, e tanto altro.

In linea di massima, crediamo che si possa parlare di un successo generalizzato, limitatamente a quelle attività professionali ‘remotizzabili’, che hanno consolidato e sdoganato completamente questa modalità di lavoro.

Noi, qui, però, vogliamo posizionare l’attenzione su altri aspetti che su cui pare che si sia rimasti colpevolmente indietro, quanto meno in molte realtà aziendali.

Fissiamo intanto due punti chiarissimi:

  1. Il lavoro da remoto, nella maggior parte dei casi, costituisce una grande opportunità di risparmio di tempo e denaro per i dipendenti, per i mancati spostamenti, sebbene altri costi siano aumentati (energia, spazi, connettività)
  2. Il lavoro da remoto ha consentito significativi risparmi alle aziende, la cui dimensione probabilmente non era neppure stata ben colta prima. Molte aziende hanno dismesso intere sedi, conseguendo formidabili risparmi in termini di affitto, manutenzione, sicurezza, energia, adempimenti normativi, etc.

E in termini di produttività? Si tratta di un aspetto fondamentale, ovviamente, ma… quando l’attività era solo in presenza, la produttività veniva misurata? 

Il retaggio della maggior parte delle grandi aziende, molto ‘italiano’ purtroppo, è spesso lontano da quelli che dovrebbero essere (sempre) i criteri di qualunque attività professionale:

  1. Definizione, a priori, degli obiettivi operativi, assegnati ai gruppi e ai singoli;
  2. Consuntivazione oggettiva, sistematica e trasparente dei risultati raggiunti in funzione degli obiettivi definiti.

Fino a ieri, la maggior parte delle modalità di verifica di produttività si fondavano sulla misura del tempo trascorso nella sede. La differenza tra orario di uscita e quello di ingresso, sottraendo opportunamente il tempo della pausa pranzo, sanciva la ‘prestazione lavorativa’. 

Chi non ricorderà la mitica scena di “Fantozzi subisce ancora” in cui il ragioniere, con una costante pedalata, muoveva le sagome dei colleghi con le pratiche in mano attraverso un ufficio completamente vuoto?

È un approccio che chiaramente mina la meritocrazia: senza obiettivi e senza risultati misurati, ogni anno può celebrarsi senza tema la cerimonia della premiazione di coloro che non hanno partecipato insieme alla punizione degli incolpevoli.

E con il lavoro da remoto? Beh, senza una pregressa e solida capacità di gestione e pianificazione delle attività tramite questi strumenti, analogamente complicato sarà misurare l’effetto del lavoro da remoto! Per questo non stupisce constatare dichiarazioni di come il lavoro agile abbia consentito una maggiore produttività durante il periodo pandemico, mentre in altri contesti la stessa azienda si smentisce sostenendo l’esatto opposto. 

A ben vedere, tuttavia, parlare di produttività per il lavoro da remoto è un falso problema: in primis perché questa modalità lavorativa ha ormai “rotto gli argini”, e non è più possibile tornare indietro. Si deve, invece, parlare di opportunità da cogliere, anche per le aziende: grazie al lavoro da remoto, è possibile attrarre talenti anche quando questi potrebbero non essere fisicamente disponibili a trasferirsi di città o di nazione.

E, soprattutto, perché la produttività -per molte attività- non discende dal luogo in cui si eroga la prestazione, ma dal contenuto della prestazione (sic!), per cui diventa cruciale la sua corretta definizione, impostazione e consuntivazione. Il dipendente che a casa ‘non lavora’, probabilmente non lavorerà neppure in ufficio…

È quindi arrivato il momento di fare un salto di qualità sul fronte dell’organizzazione del lavoro, e sulle sue modalità di erogazione, che in realtà prescinde dal fatto che sia “agile” o meno…

Ma c’è un altro aspetto, sul quale sembrerebbe che in pochi abbiano dedicato attenzione: la surreale scenetta illustrata all’inizio di questo articolo fa comprendere che. se lo schema del “LAVORO 1.0” si sia ormai spezzato, quello del “LAVORO 2.0” è ancora lontano da una sua corretta definizione.

L’attenzione dei diversi dipartimenti di risorse umane si è concentrata a regolamentare, forse anche in modo eccessivo, ogni possibile aspetto pratico, dalla prenotazione della postazione di lavoro alle individuazioni delle aree di lavoro per ogni settore di appartenenza e altro ancora, ma -così almeno apparirebbe- nell’unico intento di obbligare il rientro in sede del personale. 

Il risultato è di aver fatto rientrare i buoi nella stalla: peccato che la stalla non c’è più, perché è stata dismessa nel frattempo… C’è solo il recinto, e conta solo essere al suo interno per il tempo e i giorni necessari.

Certo non è ragionevole immaginare che il lavoro in sede possa essere svolto con queste modalità: non esiste più la vita del gruppo, ormai spezzata dai singoli loculi impersonali e dalle giornate di lavoro da remoto, come non esistono più le riunioni fisiche. Le sale riunioni -comunque poche- non vengono neppure più utilizzate, sostituite dalle già citate videocall.

A ben vedere, si torna al punto precedente: la flessibilità del lavoro 2.0 dovrà essere quella di presenziare in ufficio “quando serve” e “quando è utile”, privilegiando e garantendo il raggiungimento degli obiettivi. Oggi ancora non ci siamo arrivati, e si sta accumulando ritardo. Solo le aziende che riusciranno velocemente a ridefinire queste modalità saranno vincenti e attrattive in questo nuovo scenario. Le altre rimarranno dei recinti di dipendenti, perennemente connessi a qualche riunione telematica.

Una sola dimensione sociale appare resistere allo tsunami del lavoro 2.0: la macchinetta del caffè. Oggi è forse l’unico luogo di socialità reale rimasto.

Forse occorrerebbe ripartire da lì, dove sono sempre nate le migliori soluzioni… 

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