SICUREZZA DIGITALE

Gestioni social “pericolose”: servono buone pratiche

La trasparenza dell’utente privato dovrebbe applicarsi anche ai soggetti pubblici

Al di là di una social media policy, è ragionevole avanzare delle richieste per garantire una particolare trasparenza nei profili social di personaggi pubblici, istituzioni o organizzazioni? Non solo. L’aspettativa dell’utenza in relazione a determinati post, messaggi di risposta ai commenti, è che l’autore sia l’intestatario del profilo. Il fatto è che la responsabilità per la gestione delle attività ricade inevitabilmente – e altrimenti non potrebbe essere – su tale soggetto, a prescindere dei collaboratori o dell’agenzia di cui si può avvalere.

Sebbene non sia riconosciuto alcun diritto in capo ai follower di conoscere chi sia l’autore di taluni contenuti – e dunque: neanche un dovere o un obbligo in tal senso ai gerenti del profilo o della pagina social – la questione non può essere svilita ad un mero orpello.

Più che una regolazione – che con buona probabilità vedremo delegata alle policy d’uso del social network – servono buone prassi. Buone prassi che in alcuni casi sono già adottate, con la menzione (S) o di tag analogo prima dei commenti a rappresentare che l’autore è un membro dello staff social media. Ancora meglio sarebbe poi se personaggi pubblici e soprattutto chi ha un ruolo politico vada a dichiarare già nel profilo chi è il proprio social media manager. Ciò ovviamente non può valere per i privati dal momento che potrebbero ben voler mantenere al di fuori dell’attenzione dei competitor l’informazione dei consulenti strategici di cui si avvalgono.

Ma se guardando al settore privato la questione può essere rimessa ad una decisione di indirizzo e di organizzazione, in ragione del fatto che l’assunzione di responsabilità, i rischi e i costi in tal senso sono inevitabilmente imputabili in capo all’organizzazione, altrettanta libertà d’azione non può essere consentita nel pubblico. Più che altro, in ragione del differente impatto e la ben diversa posizione e aspettativa che il cittadino digitale nutre nei confronti di un’autorità pubblica o di chi è chiamato a svolgere pubbliche funzioni e ha selezionato come strumento idoneo di comunicazione un social network.

Insomma: per quale motivo lo stesso sistema che preme sul cittadino affinché sia un uomo di vetro – quasi imponendo una total disclosure delle proprie informazioni – consente queste sfumature opache in chi per ragione di posizione si trova under the public eye e dunque dovrebbe garantire una ben maggiore trasparenza? 

Non da ultima, c’è poi la questione del ban o del blocco. Possiamo affermare certi che se operata da un personaggio pubblico o, ancor peggio, da una Pubblica Amministrazione (o dal soggetto gerente il profilo) sia un’azione opportuna? Fino a che punto e con quale margine di discrezionalità è opportuno – se non addirittura lecito – escludere un utente dalle interazioni attraverso quel determinato mezzo?

Domande senza risposta, che però richiamano altrettanti rischi e un’esigenza di definire buone pratiche diffuse.

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