STRATEGIE

L’Europa al bivio

Ciò che sceglieranno di fare i decisori Europei riguardo alla guerra in corso tra Russia e Ucraina si rifletterà sull'esistenza stessa dell'Europa

Questi ultimi 14 anni non sono stati facili per l’Europa. Non lo sono stati nemmeno per il resto del pianeta, ma nel vecchio continente si è aggiunta l’incognita della sopravvivenza stessa dell’Unione Europea.

Nel 2008, dopo Lehman, mentre tutte le Banche Centrali si preparavano a sostenere il mercato con robuste iniezioni di denaro, in Europa si scelse di perseguire la via del rigore, strangolando le economie deboli e già provate dei paesi comunitari.  

“La Germania si era mostrata senza alcun pudore, come il vero cerbero europeo, e per la prima volta aveva rivendicato l’egemonia tedesca sul continente. Non c’erano dubbi, ovviamente, sul fatto che Merkel e Schauble avessero giocato pesante.” Così Adam Tooze nel suo best seller “lo schianto” descrive lo scellerato piano tedesco che portò l’euro e l’Europa sull’orlo della sua dissoluzione.

Spagna, Portogallo e Irlanda sprofondarono in una crisi economica e sociale tale che fu necessario l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. Ci fu un periodo, nel 2011, nel quale il debito italiano veniva dato più a rischio di default di quello di Zambia ed Egitto. Esplose la crisi greca, e nonostante il suo debito fosse solo l’1% del PIL della UE, la rigidità politica di Germania e Francia imposero una soluzione che portò al collasso di tutto il sistema sociale dello stato ellenico.

 Un forte sentimento antieuropeo cominciò a crescere in tutto il sud Europa. Ma non solo.

L’ondata nazionalista si fece sentire alle elezioni europee del 2014: in Francia crebbe il partito del Front National, nel Regno Unito l’UKIP ed in Danimarca il partito popolare danese.  Anche in Olanda vi furono inaspettate sorprese. Eppure, nonostante il volere popolare andasse in un’altra direzione, il modus operandi del ristretto gruppo dirigente era immutabile. Shauble, il potente Ministro dell’economia tedesco, ebbe a dire che per quanto lo riguardava, non era ammissibile che i risultati elettorali interferissero con i fondamentali della politica economica. 

La Brexit ha rappresentato un altro passaggio traumatico per la UE, e l’uscita del Regno Unito dall’Unione rappresenta anche il fallimento delle politiche comunitarie.

Una nuova e potente ondata eurofobica stava contagiando il continente ed il rischio che altri stati fossero tentati dall’avventura della “exit” fu concreto: tra gli stati più in bilico spiccavano Polonia, Ungheria ma si ricorderà che anche Geert Wilders chiese un voto per l’uscita dell’Olanda.

Altre crisi minori si sono succedute: da quelle dei rifugiati siriani all’immigrazione dal nord Africa; ed in tutti questi casi la risposta europea è sempre stata debole ed a volte contraddittoria, offrendo il fianco a critiche aspre e non infondate. 

La pandemia di nuovo ha messo a dura prova la coesione dell’UE. Di fronte al comune nemico, il Covid19, si sarebbe dovuto trovare una soluzione unitaria per far fronte alla crisi economica che il blocco pressoché totale dell’economia europea aveva generato. La risposta più logica sarebbe stata la creazione di eurobond ma anche in questa occasione la Merkel ed il seguito dei paesi cosiddetti frugali si misero di traverso. Mentre le bare si allineavano e la pandemia faceva collassare gli ospedali, la temperatura nelle stanze del potere saliva: perfino il “Der Spiegel” definì il rifiuto tedesco egoista, meschino e codardo.

Alla fine, come noto non vi furono gli eurobond, ma furono stanziati 750 miliardi di euro (metà prestito e metà a fondo perduto), da distribuire tra i vari paesi: una piccola cosa se paragonata alla potenza di fuoco introdotta dalla FED americana. 

Ma ancora una volta l’unità europea fu salva.

E siamo all’ultimo capitolo di questo tormentato decennio: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Senza entrare nelle dinamiche della guerra, appare evidente che gli obiettivi perseguiti fin qui dagli Stati Uniti e dal Regno Unito sono divergenti da quelli dei restanti paesi europei. 

Gli Stati Uniti hanno appena stanziato l’equivalente di una manovra finanziaria italiana in aiuti militari all’Ucraina: 30 miliardi di dollari. Questo significa che intendono allungare il conflitto e che lo scenario di un Afghanistan europeo non è fuori dalla realtà. Le sanzioni inferte alla Russia hanno già bloccato assetti pari a 300 miliardi di dollari. Per ora la bilancia dei pagamenti di Putin è in surplus; le esportazioni di gas e petrolio consentono un invariato introito di denaro mentre le importazioni sono bloccate. Ciò causa un forte impatto sulla popolazione ma molto meno sulla continuazione della guerra che resta adeguatamente finanziata. Gli Stati Uniti possono spingersi oltre; possono sanzionare gli Stati non allineati (o alcuni di essi) ed inoltre possono devolvere gli asset russi per finanziare la guerra. 

Come si vede la situazione si configura come un poderoso ribaltamento di forze. La tecnologia americana, dallo spazio all’intelligence, dagli armamenti più sofisticati all’addestramento delle forze ucraine, si configura come una diretta minaccia per la Russia.

La dottrina nucleare russa è stata aggiornata dopo il 1991. La policy “not first use” è stata abbandonata ed è stata modificata per soddisfare le esigenze di sicurezza della nazione e compensare le capacità delle forze convenzionali. Analizzando le esercitazioni militari russe e le dichiarazioni ufficiali di alti funzionari è credibile ipotizzare che l’uso di un nucleare tattico sia possibile nel caso la situazione lo dovesse richiedere. Ad esempio, se la postura delle forze convenzionali fosse a grave rischio, anche a causa di un intervento seppure indiretto delle forze Nato, questo potrebbe richiedere l’utilizzo di una “forza tattica” per riequilibrare la situazione. Questa strategia viene definita dagli analisti americani: “escalate to de-escalate”. 

Armamenti nucleari tattici

Tutto questo per dire cosa?

La guerra in Ucraina sta rapidamente raggiungendo una dimensione che non si era osservata in precedenti conflitti dove, seppure vi fosse un confronto a distanza di potenze nucleari contrapposte, questo avveniva in maniera più “discreta” e sempre rispettando le rispettive fasce di influenza. Qui la situazione è rapidamente mutata ed il confronto sta diventando sempre più diretto. Ed i rischi diventano esponenzialmente più alti.

E veniamo dunque alla strategia europea.

Al momento la posizione di Bruxelles è quella della Nato e dunque degli Stati Uniti. Il fronte politico è compatto su questa via. La cassa di risonanza mediatica è unitaria su questa linea, ed inizialmente ha trascinato l’opinione pubblica su questa posizione di intransigenza verso Putin, cancellando la parola “negoziato” dallo scenario politico.

Voci, ancora isolate, si levano ad invocare un atteggiamento responsabile che, in primo luogo, ponga fine alle sofferenze del popolo ucraino e che consideri le conseguenze disastrose che il prolungamento di questo conflitto potrà generare. Il Papa ha lanciato un accorato appello affinché si trovi una soluzione di pace. Molti esperti militari tra cui il Generale Tricarico, ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, hanno denunciato l’inconsistenza della politica europea completamente appiattita sulle posizioni bellicose degli USA.

Alcuni sondaggi cominciano a mostrare una inversione di tendenza tra i cittadini europei. Dimostrazioni in favore della pace popolano le strade europee. Alcuni Partiti politici cominciano a riposizionarsi.

È inevitabile che qualunque strada verrà intrapresa dai decisori europei, questa avrà un grosso peso nel generare o meno un atteggiamento critico verso l’Unione.

La congiuntura economica è di nuovo sfavorevole. L’inflazione assottiglia le risorse del ceto medio basso, il caro energia mette con le spalle al muro famiglie e imprese; la mancanza di materie prime e l’interruzione degli approvvigionamenti regolari stanno facendo precipitare le economie degli stati dell’unione in una fase recessiva. Proprio ora che si stava uscendo dallo “Shutdown” dovuto alla pandemia. Molte imprese, attività commerciali e famiglie sono sprofondate in uno stato di precarietà senza precedenti.

Deve dunque essere molto chiaro ai decisori Europei che ciò che sceglieranno di fare riguardo a questa catastrofica guerra avrà un riflesso diretto sull’esistenza stessa dell’Europa: così come si raggiunse il baratro negli anni passati anche questa volta ci troviamo in una situazione che se non gestita nella salvaguardia del tessuto sociale dell’Unione potrebbe innescare processi irreversibili di dissoluzione.

È tempo di decisioni. Siamo di nuovo ad un bivio. È necessario imboccare la strada giusta. 

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