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L’osservazione del primo “futuro” buco nero supermassiccio è anche una vittoria dei dati trascurati

Grandi passi per l’astronomia. L’obiettivo che il team di ricercatori si pone ora è la ricerca di altri “futuri” buchi neri supermassicci in aree più remote attraverso osservazioni ad alta risoluzione.

La scienza ha compiuto un passo importante nella scoperta dell’Universo. Un team di astronomi ha osservato per la prima volta un “futuro” buco nero supermassiccio, una formazione che ha una massa 12 miliardi di volte quella del Sole. Un grande passo per l’astronomia, compiuto analizzando dati sotto gli occhi di tutti, o meglio negli archivi del telescopio spaziale Hubble.

Credits ESA/Hubble, Rappresentazione artistica di GNz7q

Il ruolo dei dati nella scoperta del buco nero

La scoperta è frutto di uno studio condotto da un team di astronomi sulla base dei dati contenuti nell’immenso archivio di Hubble, il telescopio spaziale di NASA e Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Stupisce principalmente il fatto che il misterioso oggetto, un conglomerato di gas e polvere interstellare di colore rosso, viva nel Great Observatories Origins Deep Survey-Nord.

I campi GOODS sono infatti le zone del cielo su cui abbiamo più dati, grazie all’analisi delle immagini dei più grandi telescopi spaziali.

Credits: ESA/Hubble, GNz7q nel campo GOODS-Nord

Nella lista figurano l’Hubble Space Telescope, lo Spitzer Space Telescope, il XMM Newton e il Chandra X-ray Observatory.

GNz7q, un grande passo nello studio dei buchi neri supermassicci

Il “piccolo” buco nero supermassiccio, denominato  GNz7q, dista 13 miliardi di anni luce dalla Terra ed è nato circa 750 milioni di anni fa.

L’osservazione del buco nero ai raggi X lascia ipotizzare che GNz7q possa essere l’antenato di quasar luminosi.

Per comprendere meglio la portata della scoperta, è sufficiente sottolineare che secondo la NASA è l’anello mancante nella teoria delle origini dei buchi neri supermassicci.

Il team di ricercatori che ha condotto lo studio si dimostra invece più cauto, pur ipotizzando che GNz7q sia un elemento importante, in quanto dimostra la connessione tra galassie di polvere interstellare e i quasar luminosi.

“GNz7q è estremamente debole nei raggi X, il che indica l’emergere di un’unica regione di formazione stellare compatta ultravioletta o di un disco di accrescimento super-Eddington di spessore Compton nel nucleo gassoso della polvere interstellare”, si legge nella ricerca pubblicata su Nature.

“La galassia ospite è più luminosa di qualsiasi altro oggetto conosciuto in quest’epoca”, sottolineano i ricercatori nell’abstract della ricerca.

Credits: ESA/Hubble, Il telescopio spaziale Hubble in orbita

Il James Webb Telescope, un alleato importante della ricerca

L’obiettivo che il team di ricercatori si pone ora è la ricerca di altri “futuri” buchi neri supermassicci in aree più remote attraverso osservazioni ad alta risoluzione.

In quest’ottica, il telescopio spaziale all’avanguardia James Webb Telescope rappresenta un alleato importante.

Due giorni fa la NASA ha confermato che, quattro mesi dopo il lancio in orbita, il telescopio a infrarossi ha raggiunto la temperatura perfetta per la piena operatività, -266 gradi celsius.

“Il team era emozionato e nervoso mentre entravamo nell’attività critica. Alla fine, è stata un’esecuzione da manuale della procedura, e la performance di raffreddamento è anche meglio del previsto”, ha commentato Analyn Schneider, project manager.

L’emozione è giustificata dall’importanza dell’operazione per la corretta riuscita della missione che vede protagonista il nuovo telescopio spaziale.

Difatti, quando i componenti del James Webb Telescope si scaldano eccessivamente iniziano ad emettere una luce a infrarossi.

Lo stesso tipo di segnale emesso da galassie, costellazioni, buchi neri e quasar che il nuovo telescopio spaziale si propone di indagare.

Questo provoca un’interferenza che può rendere la comprensione dei dati più ardua, se non impossibile, per gli scienziati.

La recente scoperta galattica dimostra il ruolo sempre più centrale dei dati nel processo di conoscenza del genere umano, dando risposta a domande pratiche, ma anche a quesiti più elevati.

“Da dove veniamo? Chi siamo?”

Chissà che la risposta non sia:

“Follow the data”.

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