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Star Wreck Discovery

Analisi critica del declino di una volta glorioso franchise di fantascienza – in attesa di una nuova speranza. Articolo lungo e ragionato, astenersi membri fanatici dello Star Trek Italian Club, fideisti e frettolosi

Fin dal suo esordio nel 1966, Star Trek è stata una delle saghe di fantascienza di maggior respiro e notorietà, che nel corso di quasi sessant’anni ha guadagnato il rispetto e l’affetto di generazioni di fans.

La creatura di Gene Roddenberry nacque fortemente radicata nel proprio tempo, ma con elementi di grande innovatività e speranza. In un mondo in cui la Seconda Guerra Mondiale era finita da poco e la contrapposizione in blocchi della Guerra Fredda divideva popoli e geografie, sul ponte dell’astronave USS Enterprise lavoravano insieme un capitano americano, un ufficiale di rotta russo e un timoniere di origini giapponesi. E in un’America in cui solo due anni prima il Civil Rights Act aveva messo formalmente fine alla segregazione razziale – ma ampie sacche di razzismo permanevano negli Stati Uniti – Roddenberry completò l’equipaggio di ponte con una donna swahili addetta alle comunicazioni e il meticcio umano-vulcaniano Spock.

Nella visione del geniale ideatore, quindi, nel futuro la specie umana avrebbe messo da parte inimicizie ed intolleranza, per riconoscersi come unita nel desiderio di conoscenza e nel rispetto per gli altri, al punto di emanare per gli esploratori spaziali la famosa Prima Direttiva, vale a dire il divieto di interferenza nel processo di evoluzione culturale di altri popoli meno evoluti che avessero dovuto incontrare durante i loro viaggi.

Il carattere dell’equipaggio di quella prima nave – e di tutti quelle che nei decenni successivi avrebbero esplorato quadranti sempre più lontani della galassia – era conforme agli standard che ci si aspetterebbe da dei professionisti. Ruoli chiari, competenza, adattabilità e, in presenza delle numerose difficoltà da affrontare, una disciplina organizzativa a tutta prova. A vegliare su tutti e a prendere le decisioni importanti, un capitano che alla capacità di correggere secondo l’occasione, accoppiava quella di esercitare una leadership tanto sostanziale, quanto indiscussa.

Le ultime nate del fortunato franchise sono le serie Star Trek Discovery e Star Trek Picard. Quest’ultima è la riproposizione di una linea narrativa ben nota, basata sulla continuazione delle avventure del leggendario capitano Jean-Luc Picard, protagonista della serie The Next Generation, da molti considerata la migliore dell’intero franchise, affiancato dall’amatissima 7di9, iconico personaggio di Star Trek VoyagerPicard è arrivata alla seconda stagione, e la terza ha già annunciato nel trailer dedicato il ritorno di buona parte del vecchio equipaggio. Insomma, è una serie tipicamente di fan service, probabilmente concepita e realizzata per sfruttare fino alla fine l’affetto dei vecchi fans e magari tenerli attaccati al franchise. Un franchise che con Star Trek Discovery ha raggiunto il punto più basso mai toccato nella considerazione degli spettatori.

Dato che è difficile fare un’affermazione del genere senza cadere immediatamente nella soggettività, è necessario portare dati oggettivi a supporto. Per valutare la performance di Discovery, si sono usati i dati di Rotten Tomatoes, il più popolare sito di valutazioni di opere cinematografiche e serie TV. Per ciascuna opera, sul sito viene riportato uno score sintetico proveniente da due fonti distinte: i voti di un numero ristretto di critici professionisti, poche decine di individui; e i voti dell’audience pubblica, diverse centinaia, se non migliaia. Vediamo innanzitutto i punteggi realizzati da Discovery nelle sue diverse stagioni:

I dati mostrano innanzitutto che esiste una netta divergenza tra la valutazione dei critici e quella del pubblico. Dalla prima stagione in poi, i primi hanno progressivamente generato una percentuale di gradimento che dall’82% è ascesa al 92%. Il pubblico, già tiepido alla prima stagione con il 49% di gradimento, ha mostrato una costanza di soddisfazione medio-bassa per le successive due stagioni, fino a precipitare ad un abissale 20% di gradimento per la quarta stagione. 

Per cercare di capire se questa divergenza di opinioni sia stata comune anche ad altre serie del franchise, bisogna mettere a confronto i dati medi di gradimento complessivo – quindi, la media dei punteggi di gradimento per stagione – per ciascuna delle serie di Star Trek – escludiamo la Serie Originale perché le leggende non si valutano.

Il dato più evidente è che per tre delle serie – The Next GenerationDeep Space Nine e Voyager – la valutazione di critica e pubblico è quasi perfettamente allineata, indipendentemente dal gradimento generale. Enterprise invece è stata una serie amata dal pubblico almeno quanto Voyager, ma molto meno dalla critica. Quando si esaminano le due serie ultime nate, la divergenza non potrebbe essere più evidente: i critici valutano Discovery e Picard ai livelli di The Next Generation e Deep Space Nine, e superiori a Voyager ed Enterprise; il pubblico affossa Discovery, mantenendo un giudizio medio, ma nettamente inferiore a quello delle serie classiche, su Picard.

Un’ultima valutazione sulla performance di Discovery deve tendere ad eliminare un ultimo possibile bias: il fatto che un pubblico nostalgico di un certo modo di fare fantascienza, magari di un’età compresa tra i quaranta e i sessant’anni – la generazione che è cresciuta con le serie classiche di Star Trek – possa non comprendere l’innovatività di Discovery e quindi affossarla nei giudizi. Per escludere tale bias, si sono messe a confronto serie fantascientifiche che hanno lo stesso pubblico di riferimento. I risultati del confronto sono piuttosto interessanti:

Tre serie, Battlestar GalacticaThe Expanse e The Mandalorian – quest’ultima appartenente al franchise di Star Wars – mostrano una sostanziale convergenza tra pubblico e critica nell’essere considerate molto meritevoli di essere viste. Curiosamente, The Orville – diretta concorrente nella forma di narrazione e negli ascolti rispetto a Discovery e Picard – viene maltrattata dalla critica, specie nelle prime stagioni, ma è amatissima dal pubblico. Foundation, invece, ispirata all’opera omonima del leggendario scrittore di fantascienza Isaac Asimov, raccoglie meno consenso della critica rispetto a Discovery e Picard, ed è solo mediamente apprezzata dal pubblico.

Quali conclusioni si possono trarre da questa lunga ma necessaria analisi comparata? Sulla base di quanto osservato, Star Trek Discovery, seppur sostenuta dalla critica, è giudicata dal pubblico come la peggior serie del franchise; ed anche la peggiore tra le analoghe serie di fantascienza sia di qualche anno fa, che contemporanee. Per valutarne ancora più oggettivamente la performance, sarebbe necessario analizzare i dati degli ascolti, ma la Paramount non li rilascia.

Che Discovery sia un flop clamoroso, tuttavia, sembrano confermarlo una serie di prove circostanziali, che in mancanza della pistola fumante dei dati di ascolto, puntano tutti verso la stessa direzione. Originariamente distribuita da Netflix come una propria serie originale, come evidente dal trailer che ne annunciò la prima messa in onda, con una decisione che ha colto di sorpresa gli stessi attori, la quarta stagione è stata portata sulla piattaforma proprietaria Paramount+. Questo ha in pratica significato che tutte le infuriate audience fuori da Stati Uniti e Canada – gli unici paesi coperti da Paramount+ – non hanno potuto vedere la stagione se non con streaming illegali.

Sebbene gli addetti alle Public Relations di Paramount abbiano fatto il loro dovere spiegando che il movimento va ricondotto ad una più ampia strategia di richiamo di asset di contenuto per favorire l’espansione della piattaforma a livello globale, la tesi non appare credibile. Una serie di successo, presentata pubblicamente da Netflix come propria, non sarebbe stata ceduta da quest’ultima né facilmente, né tantomeno a pochi giorni dal lancio di una nuova stagione. Netflix ha ovviamente dovuto lasciare i propri spettatori senza la nuova release di uno show per il quale aveva certamente firmato un contratto con l’opzione per tutta la serie. L’unico motivo plausibile di quanto è accaduto è che Netflix abbia esercitato una clausola di rescissione dovuta agli ascolti insufficienti.

Quanto alle ragioni per l’insuccesso della serie, le interpretazioni possono essere le più varie e richiederebbero un’analisi approfondita. Quando la serie è stata lanciata, e le prime perplessità dell’audience sono arrivate, alcuni membri del cast hanno accusato coloro che criticavano lo show di essere lunatici razzisti destrorsi e che il tutto fosse legato all’avere una persona di colore e una donna come leader. Altre fonti hanno suggerito che il fatto che nell’equipaggio della Discovery fosse presente per la prima volta una coppia apertamente gay fosse una delle ragioni per le quali lo show venisse attaccato dal pubblico. 

Entrambe le ipotesi non sembrano essere giustificate da alcuni elementi oggettivi. In primo luogo, il pubblico di Star Trek è sempre stato per definizione di mentalità aperta e progressista. I protagonisti di colore sono stati amati dai fans esattamente come gli altri, basti ricordare l’iconica tenente Uhura della serie originale; Guinan, interpretata da Whoopi Goldberg in The Next Generation; e il tenente Tuvok di Voyager; senza contare il comandante Sisko, protagonista assoluto di Deep Space Nine, che come abbiamo visto è la serie più amata del franchise insieme a The Next Generation. E per controbattere l’accusa di avversione alle donne come leader, basta ricordare il comandante Janeway di Voyager. Neanche l’accusa di omofobia lascia particolarmente convinti, dato che nella analoga ed amata serie The Orville, trasmessa in contemporanea a Discovery, appaiono i personaggi di Bortus e Klyden, coppia in una razza di soli maschi, che con la nascita di una figlia femmina addirittura affrontano il delicato problema della transizione di genere. Come spiegare allora il giudizio così ferocemente negativo su Discovery?

Senza che ciò sia in alcun modo oggettivo, la lettura delle centinaia di commenti lasciati dal pubblico alle diverse stagioni di Discovery su Rotten Tomatoes restituisce un quadro piuttosto chiaro. I temi più ricorrenti sono quelli della scarsa aderenza al canone di Star Trek, della noiosità ed alla sciatteria dei dialoghi, della pessima caratterizzazione dei personaggi, tanto che si fa fatica a ricordare il nome dei membri dell’equipaggio di ponte. Il tema più frequentemente ricorrente è quello dell’antipatia per un equipaggio che passa metà del tempo a piangere e a preoccuparsi dei sentimenti altrui, senza dare mostra della professionalità e della disciplina che consentono ad un gruppo di questo genere di funzionare. 

E l’apoteosi di tutto è il personaggio di Michael Burnham che, indisciplinata e insubordinata, non osserva alcuna regola e scavalca qualunque comandante più esperto e capace di lei. E lo fa perché è dotata della capacità tanto messianica quanto incredibile ed alla lunga stucchevole di affrontare con forza soprannaturale qualunque disastro cosmico, mentre il resto dell’equipaggio, superiori compresi, non hanno altro compito che quello di adorarne ed esaltarne le gesta.

Quella delle Mary Sue, dei personaggi messianici che per opera e virtù del proprio santo spirito sconfiggono situazioni ed avversari molto superiori per forza ed intelligenza, è forse la piaga più purulenta che affligge la moderna produzione hollywoodiana. Non eroi che affrontano difficoltà enormi, che potrebbero schiacciarli, e riescono a venirne fuori con l’uso della propria intelligenza, conoscenza e capacità di collaborare; ma piuttosto figure trascendenti, destinate per diritto divino a comandare sugli altri, che non devono guadagnarsi il proprio posto nel mondo o il successo nelle loro imprese, ma che sono naturalmente dotati di tutto il necessario per dominare sulle folle plaudenti.

Un messaggio, considerata l’attrattiva che da sempre il mondo della fantascienza e del fantastico ha esercitato sui giovani, controproducente ed anzi pericolosissimo. Diversamente dai sogni di Gene Roddenberry, il moderno Star Trek non è un inno all’unità nella diversità, sulla base della competenza individuale e sociale come motore delle imprese umane. Piuttosto, appare come l’ombra sinistra dell’invito ad aderire al culto dell’eletto o del tiranno di turno, e a riporre in lui ogni attesa di salvezza.

L’unica speranza in questa involuzione di Star Trek è che dal Wreck, dal disastro apparente di questo approccio, si possa uscire nuovamente a rivedere le stelle di quella ragione che sostanzia il sogno.

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