SICUREZZA DIGITALE

Gli hacker russi “affondano” il costruttore di yacht italiano Azimut Benetti

Arrembaggio clamoroso al colosso di Viareggio

Sul sito dell’azienda non si fa mistero di essere “il costruttore di megayacht numero uno al mondo. La gamma più ampia in offerta. Il più grande gruppo privato nel settore della nautica da diporto”.

La pagina web di Azimut Benetti sottolinea che “le cifre dicono chi siamo, ma non come siamo riusciti ad arrivare così lontano”.

Quelle cifre e tante altre cose non destinate ad esser di dominio pubblico stanno per essere rese pubbliche dai pirati informatici che hanno violato i sistemi informatici di chi produce i più invidiati gioielli del mare.

Il blog del micidiale team di criminali informatici “Conti”, molto vicino al governo di Mosca, sta pubblicando i dati che ha rubato all’industria che ha base in Versilia. I banditi di “Conti” sono quelli che – alla discesa in campo di Anonymous contro la Russia – avevano dato immediata disponibilità a mettere a ferro e fuoco l’occidente per replicare all’offensiva digitale sferrata a seguito dell’invasione in Ucraina.

L’azione – tutt’altro che dimostrativa – sembra essere speculare (almeno per contesto marinaro – all’assalto virtuale che proprio Anonymous ha mandato a segno prendendo di mira lo yacht “Graceful” costato 79 milioni di euro a Vladimir Putin. In quella occasione gli hacker avevano modificato i dati di navigazione (quelli tracciati da siti come Vesseltracker) mandando l’imbarcazione e soprattutto il suo proprietario all’inferno. La nave, poi, era stata rinominata “FCKPTN”, nome che – arricchito delle vocali mancanti – diventa “Fuck Putin”…

L’unica fonte dell’eventuale grave incidente è il sito web che fa da vetrina alle malefatte dei delinquenti di “Conti”. Anche se non è dato sapere cosa sia successo, il modus operandi di questo gruppo è fin troppo tragicamente noto. Gli incursori entrano nei server e compiono due azioni: rubano tutti i dati (leaking lo definiscono i tecnici) e poi devastano archivi e documenti elettronici cifrandone il contenuto e rendendoli inservibili (con il cosiddetto “ransomware” che è abbinato ad una richiesta di riscatto nei confronti di chi vorrebbe le “chiavi” per riportare in condizioni di “leggibilità” quanto fraudolentemente danneggiato).

La pubblicazione del “malloppo” sarebbe arrivata al 10 per cento e chi si muove con disinvoltura online potrebbe rintracciarli e magari ripubblicarli a sua volta.

Una raccomandazione. Chi dovesse imbattersi in quei file è opportuno non ne faccia copia (per evitare di incorrere nel reato di ricettazione) e tanto meno provi ad aprirli (per scongiurare il non remoto rischio di infettare irrimediabilmente computer o smartphone adoperati per incaute acrobazie…).

Le cartelle piazzate in rete dai predoni potrebbero essere bocconi avvelenati ed è meglio lasciare verifiche ed approfondimenti a chi ne ha competenza ed autorità.

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