GUERRA RUSSIA-UCRAINA

Il self branding italiano e il “cinefantasy” di Bucha

Qualche riflessione ad alta voce

Premesso che tutte le opinioni in Democrazia debbono essere manifestate e che nessuna ipotesi a livello storico è più valida di un’altra, soprattutto se applicata alla cronaca giornalistica, ci permettiamo però qualche riflessione sugli effetti sociali prodotti dalle ultime notizie che ci giungono da Bucha. Un episodio drammatico, le cui immagini di ferocia inutile e disumana spingono molti alla commozione o alla rabbia, mentre per altri sono invece solo “fake news”, anzi un “cinefantasy”. Immagini abilmente montate con “comparse” ucraine nemmeno troppo brave, sotto la regia degli USA. Sicuramente nell’era della “realtà virtuale” tutto può essere possibile e sopratutto creduto, quindi la prudenza è d’obbligo, ma almeno da chi ha studiato in Italia anche l’oraziano “est modus in rebus” dovrebbe essere ricordato.

Nei mattinali di Putin le argomentazioni valgono poco, conta la direzione e l’utilizzo delle dichiarazioni – Proprio dal continuo mutare di eventi e opinioni, nasce l’esigenza antichissima di Re e poi di Questure, di essere aggiornati quotidianamente con appositi “mattinali” sulle “effemeridi” del giorno e il loro andamento. Cosi anche Putin – ci piace pensare – leggerà soddisfatto quello che nel nostro Bel Paese è “Curioso assai, ma bono a sapesse”.

L’elenco degli italiani “Putinversteher”, volenti o nolenti, appare lungo, ci sono: politici, sindacalisti, generali, analisti, giornalisti, filosofi, professori e liberi pensatori che, quando sono in buona fede, per l’ amore del distinguersi esternano, seppur legittimamente dato che siamo in una democrazia, le loro opinioni senza riflettere troppo, crediamo noi, sul momento tragico della guerra in corso e sull’utilizzo all’estero di certe dichiarazioni. 

Eppure dovrebbero sapere che la complessità e l’interconnessione dell’attuale società mondiale, sia essa globale o in via di esserlo o di non più esserlo, grazie alle telecomunicazioni senza confini ci unisce ed espone, anche nudi, nel famoso “villaggio” di McLuhanPertanto i “talking heads” che in questi giorni si esprimono su Bucha in convegni, come quello appena conclusosi della “Commissione DuPre-Dubbio e Precauzione”, o nei talk show o nei media e nei social dovrebbero esercitare una maggior prudenza, oppure un’assunzione veramente “sine-cera” degli effetti sociali che producono al di là dei target di riferimento nazionale. Insomma una scelta di campo paleseda veri “guerrieri della cultura”, rinunciando soprattutto all’ormai stucchevole premessa sulla loro equidistanza del “né…né” e al piagnisteo spesso irato del sentirsi, anche loro, accerchiati dal “pensiero unico”

Il mondo non è più quello delle chiare visioni ideologiche degli anni 70/80 che reggevano anche gli estenuanti dibattiti sulla “Corazzata Potëmkin”. Oggi, di fronte alla morte di militari e civili, incluse donne, bambini e anziani, nel centro geografico dell’Europa occorrerebbe capire pragmaticamente, per chi è veramente spinto da buone intenzioni, che poco importa nelle “operazioni speciali militari” di “infowar” o di“propaganda di guerra” quali siano le argomentazioni dialettiche, i distinguo e le svariate ragioni adottate da chi è comunque “utile” alle politiche di Stati imperialisti aggressori. Quello che conta per gli analisti, come fu il Putin del KGB, e per i giornalisti russi è solo il dimostrarche l’Occidente è diviso, che c’è “dissenso” contro i Governi dell’UE, della NATO e degli USA. Le belle e magniloquenti argomentazioni non servono, basta riportare singole frasi o pezzi di esse. 

La parole di pietra di Alexey Bobrovsky sul “cinefantasy” di Bucha e quelle più entriste di Pedro Fedorov – La prudenza e la misura di cui parliamo dovrebbero essere ancora più alte ora che a parlare nei nostri talk show sono arrivati, in omaggio alla pluralità delle opinioni e alla colleganza professionale (“Tra giornalisti in Italia ci diamo del tu”),  anche giornalisti russi di maggior livello. Professionisti che come Alexey Bobrovsky, adesso specializzato in economia, usano, per commentare in diretta le immagini di fosse comuni e cadaveri abbandonati in strada a Bucha, argomentazioni quasi letteralmente identiche a quelle pronunciate più o meno in contemporanea da un massmediologo italiano anche se non il solo. Verificando in streaming e nei quotidiani i due interventi, le “occorrenze”, uguaglianze e differenze che siano, sono evidenti. Qui ci limitiamo solo a riportare la sintesi del loro pensiero che è rimbalzato e continua a rimbalzare nei media e nei social: un’enorme fake news frutto della propaganda ucraina in accordo con la Nato e sotto la regia USA; tutte le immagini di massacri sono “cinefantasy” della propaganda ucraina. 

Del resto lo stesso Bobrovskyil giorno prima ci aveva rassicurato: “Noi non abbiamo in corso una guerra al popolo ucraino che noi consideriamo un popolo fraterno che ha sempre avuto relazioni amichevoli con noi….i colpi che noi mandiamo sono indirizzati solo alle strutture militari …Diciamo che in realtà al massimo sono i militari ucraini che sparano alla loro popolazione”, tesi ripresa anche domenica sera quando, nello smentire la verità ucraina su Bucha, ha denunciato, riferendosi a un video su Google, anche l’ordine impartito dal direttore della difesa territoriale di Kiev che consente di sparare a chi ha una “fascia azzurra” sul braccio. Purtroppo non ha spiegato bene il perché, così c’è stato subito qualcun altro che ha parlato anche di “fasce bianche” portate al braccio dai collaborazionisti ucraini filo russi, ugualmente attrattive per i proiettili. Tutto è chiaro per lui e lo deve essere anche per noi. Domani (4 marzo) Sergei Lavrov proverà il falso all’ONU, anticipa sicuro. La riunione slitta, ma arriva comunque la consonante dichiarazione del Ministro degli esteri russo: ”E’ una messa in scena dell’Occidente e dell’Ucraina sui social network”. Lasciando alla sua portavoce Maria Zakharova il compito di specificare che “Il senso del crimine del regime di Kiev è quello di interrompere i negoziati di pace e aumentare la violenza”. 

Invece, le parole di Petr Fedorov, giornalista e capo del dipartimento rapporti internazionali della tv russa RTR, sono più “entriste” e anche il suo aspetto pacioccone e causal lo aiuta a lanciare un ponte più percorribile di quello dell’asettimico Bobrovsky per di più sempre in giacca scura: “Non ho paura della censura, posso tranquillamente dire ‘guerra’. Nessuno me lo vieta. Ma credo sia più giusto dire che è un’operazione speciale, perché non posso dire che c’è la guerra tra due Paesi se i rapporti commerciali continuano ad andare avanti.” Il mestiere non è acqua e i venti anni passati in Europa o in contatto con gli europei, fanno la differenza, anche se la sostanza è la stessa. Almeno le parole di Petr, che ugualmente rispettano la visione della realtà di Putin e di gran parte dei russi, non hanno come premessa tragicomica quelle del giovane Alexey: “E’ tradizione russa quella di stare molto attenti alle parole e alla scelta del lessico”.

Se amiamo veramente la Pace e la vogliamo è l’ora della prudenza perché la guerra potrebbe essere anche religiosa – Che ci piaccia o meno, purtroppo, siamo in guerra. Una guerra iniziata, secondo quanto si preferisce, da un folle o da un abile stratega che ha già prodotto decine di migliaia di morti a prescindere dalle capacità cinematografiche degli ucraini. Un conflitto che già lascia intravedere anche nella sua ferocia gratuita uno scontro più grande ed esteso, non solo sul piano delle armi e dell’economia, ma delle nostre presenti e future cultura e civiltà occidentali. L’Eurasia non sarà mai nei piani di Putin a guida “europea”, ma Russa. Anche se a ben guardare non sarà nemmeno Russa perché la Cina, comunista e confuciana nella sua sapiente gestione dello Stato, senza clamori ha già iniziato pacificamente a invadere la sottopopolata Siberia con i suoi laboriosi e numerosissimi contadini e imprenditori agricoli. 

I nostri intellettuali, tutti pacifisti, protesi a ripetere i cliché del passato, anche quando invocano da laici dichiarati l’intervento in loco del Papa. Guardandosi bene dall’accompagnarlo, non si accorgono che anche nel Cristianesimo si avvertono i prodromi di una probabile guerra religiosa tra fratelli. Infatti mentre da un lato Papa Francesco il 25 marzo, invocando la Pace, consacra la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria e si dichiara disponibile a partire per Kiev; dall’altro il Patriarca di Mosca Cirillo I° (Kirill), Capo della Chiesa ortodossa Russa, torna proprio il 4 aprile a difendere la guerra e lo fa didascalicamente durante la liturgia celebrata nella Cattedrale Patriarcale dedicata alle Forze armate Russe. “Siamo un Paese – ammonisce – che ama la pace e non abbiamo alcun desiderio di guerra, ma amiamo la nostra Patria e saremo pronti a difenderla nel modo in cui solo i russi possono difendere il loro Paese…Tutto il nostro popolo oggi deve svegliarsi, capire che è giunto un tempo speciale, da cui può dipendere – conclude – il destino storico del nostro popolo” . 

Siamo certi che Francesco non chiederà conto a Kirill della persecuzione voluta anche da un altro Patriarca di Mosca nei confronti di Josyp Ivanovyč Slipyj, vescovo ucraino arresto nel 1945 dalla Polizia segreta dei russi liberatori di Stalin perché non voleva persuadere i connazionali ad abbandonare la lotta per l’indipendenza. Tenuto otto anni in prigione, cinque in Siberia ed altri quattro ai lavori forzati, fu liberato da Nikita Kruscev e finché visse, andò in tutto il mondo a testimoniare “con le sue cicatrici la persecuzione” del popolo ucraino. 

Insomma in “un tempo – come avverte il Patriarca Kirill – speciale” per alcuni dei nostri opinionisti i segnali per “svegliarsi” dal sogno e per abbandonare il chicchiericcio decontestualizzato autoreferenziale ici sono tutti.

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