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Mosca-Odessa: una tratta difficile, ora come nel 1967.

Un artista d’altri tempi, un itinerario che sembra non poter essere percorso.

Nei tempi passati, in cui per me viaggiare in auto era una necessità, a volte un dovere, spesso un piacere, la radio mi ha sempre accompagnato, nei percorsi brevi e lunghi. E la scelta (al netto delle doverose “puntate” su ISORADIO – quando si riusciva a sentire…) ricadeva sempre su Radio 3.

A volte un po’ “pesantona” con certi argomenti, ma alcuni appuntamenti erano sempre molto graditi, ed in particolare, nell’orario dei vespri, di rientro dall’ufficio, la mitica “Sei Gradi”.

Il format della trasmissione è intrigante e da veri musicofili: 45 minuti a disposizione, sei “gradi” (corrispondenti a sei “salti logici”) che legano sette brani musicali, normalmente a scelta della Redazione, ma che, nella puntata del venerdì, propongono le scalette degli ascoltatori, che intervengono in trasmissione per spiegarne lo svolgimento.

Si ascoltano brani incredibili, ripescati dai 78 giri della nonna come dall’ultimo Eurofestival, con connessioni anche sorprendenti: date di nascita o di eventi, contenuto di colonne sonore, direttori d’orchestra, comunanza di strumenti, città di origine…

Da anni ho “in cantiere” una scaletta da inviare alla redazione, e la sua costruzione è partita dall’ultimo brano, per il quale ho avuto un “amore a primo orecchio” ascoltandolo proprio in radio e faticosamente trovandolo in rete.

Purtroppo, da un mese a questa parte, è perfino diventato di (triste) attualità. 

Il brano si intitola “Mosca-Odessa” (1967), scritto ed interpretato da Vladimir Vysotsky, attore, poeta e cantautore sovietico (1938-1980), vita travagliata, scomparsa à la maudit, tra alcool, droga e un sospetto “attacco cardiaco”.

In stile chansonnier, con voce graffiante accompagnata dalla sua chitarra e da un honky-tonk piano, intona una ritmata canzoncina a 140 bpm nella quale dichiara di voler prendere un volo dalla Capitale ad Odessa, ma a causa di mille problemi non riesce mai a partire, e finisce per acquistare un biglietto per l’inferno, dove almeno lo accetteranno.

Again they delay till eight –

And the citizens obediently falling asleep…

I’ve had enough, go to hell, I say, –

And I’m flying there, where they will accept me!

Per questo, ed altri testi, a mezza strada tra un Gaber e un Guccini nostrani, un goccio di Dylan, un po’ di Tom Waits e uno spruzzo di Lennon, Vysotsky non è stato mai molto “gradito” alla nomenklatura del suo tempo, e celebrato a furor di popolo solo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Un esempio del perché? Ecco “Братские могилы” – “Fosse Comuni”, una delle sue canzoni più note (per facilitarvi, con traduzione e una versione italiana a fianco). Se cliccate sulle note accanto ai titoli, si attiverà il player del sito che raccoglie il materiale reperito in rete dai fan dell’artista.

Terribilmente attuale, purtroppo.

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