GUERRA RUSSIA-UCRAINA

Tutti invocano la Corte Penale Internazionale ma nessuno ne fa parte

Gli Stati che chiedono a gran voce che Putin venga processato e si indaghi per genocidio non hanno mai aderito allo Statuto che ha istituito la Corte.

Di fronte alle cruente immagini dei massacri di civili che ogni giorno la guerra in Ucraina ci  mostra, ultima quella di Bucha, non si può che desiderare e chiedere a voce alta la punizione dei colpevoli.

In tutte le guerre si  compiono crimini che immancabilmente provocano sconcerto ed è più che mai in questi contesti che emerge la condizione di ’homo homini lupus’ dell’essere umano, che, purtroppo, spesso tracima in cose che mai vorremmo vedere.

Per tentare di arginare l’efferatezza di comportamenti da cui derivano quei crimini orribili la comunità internazionale si è nel tempo dotata di uno strumento  giuridico sovranazionale  capace di punirne gli autori, la Corte Penale Internazionale.

È ad essa che il Presidente Biden si riferisce quando chiede che Putin venga processato ed è ad essa che anche Zelens’kyj allude quando chiede di indagare per genocidio.

C’è solo un particolare, nè gli Stati Uniti nè l’Ucraina, forse per proteggere i propri cittadini dai poteri investigativi e giurisdizionali esterni, hanno mai voluto aderire allo Statuto che ha creato la Corte e, pertanto, non ne fanno parte.

Non solo USA e Ucraina ma anche Russia, Cina India e Israele non si sono allineati alla maggioranza dei Paesi nel mondo (attualmente gli Stati membri sono 123) e oltre a rifiutare una giurisdizione superiore, talvolta ne hanno ostacolato il pieno esercizio delle funzioni. Gli Stati Uniti che reclamano il ricorso a giusti processi per Putin sono gli stessi che hanno dichiarato in più occasioni che la Corte Penale Internazionale rappresenta una minaccia per la sovranità nazionale e non può agire al di sopra della Costituzione.

Anche i crimini di guerra commessi dall’esercito russo in Siria non sono mai stati perseguiti poiché Russia e Siria non sono membri della Corte e in tal caso – non è una battuta – sarebbe stato necessario l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per attivare i poteri della Corte stessa, circostanza assai improbabile a causa del potere di veto che ha la Russia all’interno del Consiglio di Sicurezza.

Stesso discorso per l’Arabia Saudita, neppure essa membro, con la conseguenza che i crimini commessi in Yemen  non sono mai stati investigati.

Esponenti del Dipartimento giustizia internazionale di Human Rights Watch, sostengono che gli Stati che non riconoscono la Corte preferiscono tutelare i loro interessi nazionali piuttosto che quelli delle vittime di atroci delitti, mettendo a rischio l’essenza stessa dell’Istituto.  

La Corte venne istituita con il Trattato di Roma del 17 luglio 1998 ed entrò in funzione il 1° luglio 2002. Essa, al di là dei risultati penali, ha contribuito ad affrontare il delicato settore dei diritti dell’uomo e del diritto umanitario dal punto di vista dell’ effettività, superando così l’inerzia della mera enunciazione formale. Quale organo giudiziario permanente ha rappresentato un’occasione per strutturare in modo stabile il sistema dei diritti umani ed ha consentito nei Paesi che vi hanno aderito di tradurre principi astratti in norme penali cogenti. 

Facile rispondere ai Paesi che affermano che il sistema leda la sovranità dei Paesi membri. La Corte si fonda sul principio di complementarietà ed interviene solo quando i singoli Stati competenti per l’accertamento dei crimini internazionali non intendano procedere nei confronti dei presunti colpevoli oppure non ne abbiano le capacità. 

Ora Biden invoca quella speciale giurisdizione e, non foss’altro per essere stato il vice di un Nobel per la Pace, dovrebbe invertire la tendenza e aderire allo Statuto.

Sarebbe un gesto forse inutile per portare a giudizio Putin, ma dal grande significato simbolico.   

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