ENERGIA

Gas russo, sanzioni e speculazione: è crisi energetica

L’obbligo di acquistare il gas russo in rubli, che dovrebbe scattare oggi, sarà rimandato a data da destinarsi per ragioni tecniche e problemi tecnologici. Lo ha rivelato ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, nel corso di una conferenza.

La misura ideata da Putin per rispondere alle sanzioni economiche non dovrebbe dunque vedere la luce, almeno per ora.

Secondo due fonti russe di Reuters i contratti con i Paesi “nemici” rimarranno invariati ma l’ammontare equivalente sarà corrisposto in rubli in un giorno prestabilito, una delle opzioni che sarebbero previste per il cambio di valuta. 

Prosegue dunque il braccio di ferro tra Russia e Unione Europea sul gas, nonostante il netto rifiuto da parte di tutti i Paesi europei di sottostare all’ultimatum, pena l’impugnazione del contratto di fornitura.

Non accenna ad attenuarsi neanche la crisi energetica, un fenomeno che se ben gestito, può concorrere ad accelerare la transizione energetica.

Prezzo “spot” olandese e speculazione

Dal 2000 il prezzo del gas al consumo in Italia è legato al prezzo “spot” del Ttf, titolo generato presso il mercato olandese e la Borsa di Amsterdam.

In precedenza, come ricorda lo storico quotidiano dell’energia Staffetta Quotidiana, gli accordi erano a lungo termine e il valore era calcolato sulla base del prezzo dei prodotti petroliferi sostituiti, fissando indicatori affidabili quali i costi di trasporto della fonte dal giacimento alla destinazione finale.

Per decenni questo modello ha attribuito al gas naturale un valore stabile e competitivo sul “mercato dell’energia” italiano, nonostante i considerevoli costi di trasporto e trasformazione.

Abbandonando questo modello si è aperta la strada alle stesse fluttuazioni di prezzi e speculazioni che affliggono il mercato del greggio, con il Brent ormai ridotto a indicatore finanziario svincolato dalle dinamiche dell’economia reale.

Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: profitti per pochi, aumenti di spesa in bolletta per i consumatori, sulle cui spalle ricade gran parte del peso economico degli incrementi.

Lo conferma un retroscena pubblicato su La Stampa, secondo cui l’errata valutazione dei trader riguardo lo scoppio della guerra rivestirebbe un ruolo centrale in questa altalena dei prezzi.

Secondo il quotidiano, quando i compratori di contratti “futures” si sono resi conto della concretezza dello scenario bellico, il costo del gas era già alto per dinamiche di mercato, passando in 3 mesi da 93 euro per MW/ora, (27 settembre), sino a un picco di 136 euro (13 dicembre 2021).

Quindi, l’inizio del conflitto non avrebbe fatto altro che aumentare le quotazioni del gas, contestualmente alla corsa all’acquisto.

Gas, la guerra avvicina Unione Europea e Stati Uniti d’America

Il conflitto in Ucraina disegna nuove alleanze sul fronte dell’Energia, accelerando l’avvicinamento tra UE e USA e rafforzando l’asse Russia-Cina.

Il 25 marzo Joe Biden e Ursula von der Leyen hanno annunciato la firma di un accordo per ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia e assicurare la sicurezza energetica del “vecchio continente” negli anni a venire.

Gli USA metteranno a disposizione del mercato europeo 15 miliardi di metri cubi di GNL per il solo 2022. La Commissione europea semplificherà l’iter per autorizzazioni e revisioni di infrastrutture e gasdotti, predisponendo inoltre una piattaforma energetica comune per gestire i nuovi volumi.

È bene ricordare che attualmente il gas russo copre circa il 46% del fabbisogno complessivo europeo.

Per rendersi indipendenti l’UE dovrà dunque mettere in campo interventi e misure strutturali, i cui effetti saranno visibili a lungo termine.

Il percorso verso una maggiore autonomia energetica è lungo e articolato.

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