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Analfabetismo e orticaria

Non solo per l’orrore di alcuni inutili neologismi (inutili perché per esprimere il medesimo concetto la parola esiste già), ma anche per la cialtroneria che questi nascondono e dalla quale sono generati provo talora sensazioni simili all’orticaria. Non aveva torto Nanni Moretti quando inserì in Palombella rossa una frase divenuta abbastanza celebre ma altrettanto priva di conseguenze: “Chi parla male pensa male e vive male”. Già, perché la parola è il prodotto del pensiero che le sta dietro (se ammettiamo che dietro le parole ci siano sempre pensieri…).

Zia Biancaneve aveva già accennato al problema del minimo comune multiplo e del massimo comun denominatore. Non serve una laurea in ingegneria o in filologia romanza per evitare tante castronerie che ci tocca ascoltare, anche in sedi nelle quali non ce lo aspetteremmo. 

Tra gli orrori ci sono le grandi proporzioni. Ma le proporzioni non possono essere né grandi né piccole: quelle sono le dimensioni. Le proporzioni possono essere uguali, simili o diverse: così il terribile Colosseo di resina in vendita nelle bancarelle romane per turisti trucidoni è di proporzioni identiche a quello vero, ma per fortuna di dimensioni moooolto inferiori.

Utilizzo: NoNoNo: esiste un verbo utilizzare, come esiste un verbo organizzare: d’accordo? Finiscono nello stesso modo? Sì! Il sostantivo che deriva da utilizzare è utilizzazione (come succede per organizzare/organizzazione, normalizzare/normalizzazione) ma che, per caso, diciamo l’organizzo, o il normalizzo? No! E allora questo bruttissimo utilizzo (che sarebbe la prima persona singolare del verbo utilizzare: io utilizzo, tu utilizzi…) da dove esce fuori? Ci sono tanti bei sostantivi che si possono impiegare: impiego (appunto), uso, utilizzazione (ahahah!) …

Poi c’è un verbo inventato: velocizzare. Nooo, per favore: per “rendere più veloce” un bel verbo c’è già, ed è accelerare (mi chiedo: ma nell’automobile abbiamo un velocizzatore o un acceleratore?) 

Nell’ambito scientifico, dove il lessico dovrebbe essere “naturalmente” corretto, c’è una chicca di analfabetismo (ahinoi, diffusa anche presso i nostri cugini d’Oltr’Alpe) transfrontaliero: in inglese l’aggettivo precede il sostantivo: così wonderful world, per ricordare il grande Satchmo; ma anche un altro sostantivo può precederlo, come un aggettivo, per specificarne il senso: così strawberry fields dei Beatles: i campi: quali? Proprio quelli di fragole (anche se in quel caso si trattava di un orfanotrofio dal nome agreste). Bus ticket: il biglietto dell’autobus, non l’autobus del biglietto! Torniamo alla scienza: gli anglosassoni, per indicare un esempio, parlano di case study: così, a volte, si trovano articoli su riviste specializzate con un titolo che comincia altisonante, tipo La storia del mondo, ma con l’aggiunta di, ad esempio, the case study of Fregene. Che significa “lo studio del caso di Fregene”, come i campi delle fragole e i biglietti dell’autobus, perché il sostantivo importante è lo studio, quello che lo definisce è il caso che si considera. Invece molti nostri connazionali scrivono molto spesso un caso di studio, o – peggio – un caso-studio (ma i nostri cugini non sono da meno con “un cas d’étude”). Ma li vogliamo far funzionare questi bei neuroni?   

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