STRATEGIE

Giorni di un futuro passato. Come affrontare le sfide che mai avremmo immaginato.

“Il mondo e’ un posto pericoloso non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma per quelli che osservano senza fare nulla” (Albert Einstein)

Infosec: L’accelerazione degli eventi di queste settimane sembra quasi impensabile, se solo guardiamo alle previsioni di inizio anno. È successo quello che nessuno avrebbe immaginato. E ora, cosa dobbiamo attenderci?

È difficile occuparsi di mercati e di analisi, quando si hanno sotto gli occhi le immagini drammatiche di una guerra alle porte di casa. Sono tempi “eccezionali” ed è difficile fare previsioni, perché ci sono troppe variabili in gioco: l’unica possibilità che abbiamo è quella di cercare di comprendere al meglio dove ci troveremo fra 6/8 mesi e preparaci per essere pronti ad adattarci il più rapidamente ai cambiamenti che andremo vivendo nel nostro vissuto quotidiano. Quando si vivono eventi eccezionali, il tempo scorre più velocemente e non sono consentite distrazioni o debolezze: abbiamo vissuto in una “bolla” per quasi 20 anni, non è semplice tornare a guardare in faccia la realtà per quello che è. Papa Francesco dice che “stranamente non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere cosa succede”.

Infosec: Ci eravamo illusi forse per qualche giorno di essere finalmente usciti dalla pandemia: ora siamo piombati nell’incubo di una guerra alle porte di casa. Qual è l’ancora di salvezza a cui ci si può aggrappare?

In primo luogo, occorre uscire da una situazione di stallo in cui siamo precipitati e che ci porta a perdere di vista i requisiti fondamentali, necessari per raggiungere la resilienza e la capacità di adattamento: occorre lavorare su soluzioni “out of the box”. In secondo luogo, occorre imprimere un’accelerazione nei processi decisionali, per non finire vittime di quello che al Pentagono definiscono “the Boyd loop”. Quando la situazione si fa’ critica, è la velocità di reazione a fare la differenza. Difronte ad una nuova sfida, una sfida senza precedenti, non è il first mover che vince, ma chi riesce a mettere in campo per primo una risposta in grado di risolvere il problema: Richard Rumelt nel libro di prossima pubblicazione (ndr. The Crux: How Leaders Become Strategists) parla di “first capable response”. Infine, occorre concentrare attenzione ed energie solo su ciò che è realmente essenziale: e ciò che è essenziale oggi non è certamente quello che era essenziale 1 anno o 6 mesi fa. 

Infosec: Che cosa si intende per “Boyd Loop”?

È molto semplice, ma illustra la natura del problema: John Boyd era un pilota da caccia che durante la guerra in Corea pilotava un F-86 Sabre e che in seguito diventò uno degli istruttori più acclamati della US Airforce. Durante la guerra in Corea, Boyd osservò che i piloti da caccia americani riuscivano vincere il confronto con i MIG-25 pilotati dai russi, sebbene i MIG fossero più veloci ed in grado di salire di altitudine più rapidamente. Nell’analisi di Boyd emergevano due fattori chiave di vantaggio competitivo. Il primo era che l’F-86 garantiva una migliore visibilità dello spazio aereo dal cockpit del pilota, che in questo modo era in condizioni di potere identificare la posizione dei caccia nemici più velocemente e con maggiore chiarezza in termini di orientamento. Il secondo aspetto chiave, forse anche più importante, è che i piloti da caccia russi erano allenati ad eseguire in modo perfetto, ma in una certa misura rigido, le manovre chiave richieste ad un pilota da caccia, un po’ come avviene per il programma obbligatorio di pattinaggio sul ghiaccio ai Giochi Olimpici.  Al contrario, i piloti da caccia americani erano preparati per essere veloci, flessibili ed aggressivi nelle manovre ed allenati ad improvvisare.

Nell’analisi di Boyd, il pilota da caccia in grado di vincere un duello aereo era quello che poteva compiere l’intero “loop” decisionale più velocemente degli avversari: il “loop” è la sequenza completa di “osservazione-orientamento-decisione-azione”. Boyd sosteneva che se il pilota fosse riuscito ad eseguire l’intero “loop” più velocemente del suo avversario, avrebbe lasciato i suoi opponenti in una situazione di disorientamento e confusione. Fu così che Boyd divenne noto come “40 secondi Boyd”, perché nelle sessioni di allenamento, partendo da una posizione di svantaggio, era in grado di mettersi in scia al suo avversario in meno di 40 secondi. 

Tornando ai giorni nostri, l’impressione generale è che negli ultimi mesi si sia persa quella velocità che si rivela necessaria per rispondere più tempestivamente alle nuove sfide con cui ci stiamo misurando: è un problema generale e non solo nostro. Nello scenario attuale, non conta essere i migliori, ma mettere in campo la “first capable response”: abbiamo bisogno di aggiornare rapidamente il “playbook”, il manuale dei processi decisionali in termini di politica economica. Anche in economia il “Boyd loop” fa la differenza.

Infosec: Ma qual è lo scenario complessivo?

L’impatto di quanto stiamo vivendo in queste giornate drammatiche si farà sentire in misura maggiore nella seconda metà dell’anno. I mercati finanziari stanno sperimentando nuovamente, come era già avvenuto nel 2008 con il crollo di Lehman Brothers, una crisi di liquidità che questa volta avrà conseguenze più profonde di quanto si è verificato in passato, perché ci sono margini limitati per mettere in campo dei meccanismi correttivi di natura monetaria. Da ora in avanti gli “attivi” di bilancio valgono di meno (-30-40%) ed il debito pesa di più. Per questo motivo è ancora più importante chiedersi qual sarà, a tendere, l’assetto dell’economia globale fra 6-8 mesi, perché se si dovesse arrivare impreparati a quell’appuntamento, non ci saranno più margini di recupero. È molto probabile che dobbiamo fare i conti con un “Minsky moment”.

Infosec: Un “Minksy moment”? 

Hyman Minsky è stato un economista con studi all’Università di Chicago e Harvard, quindi assistente del professore Alvin Hansen, che introdusse per primo il termine “secular stagnation”, ripreso in seguito da Larry Summers in un articolo pubblicato su Foreign Affairs nel mese di marzo del 2016. Nei suoi anni all’ Università di Berkeley (UC Berkeley) (1957-65), Minsky si occupò principalmente di studiare l’impatto della leva finanziaria e la possibilità che si inneschino crisi legate ad un’eccessiva esuberanza da parte degli investitori nell’assumere rischi che poi alla prova dei fatti si rivelano difficilmente mitigabili, nell’eventualità che si arrivi ad una crisi di liquidità nei mercati. Il termine “Minsky moment” venne in realtà coniato da Paul McCulley di PIMCO per descrivere la crisi finanziaria russa del 1988, che portò al default del debito sovrano, alla svalutazione del rublo e ad un tasso di inflazione intorno al 84%. C’è da dire che la Russia si riprese nel 1998 con una velocità sorprendente, per via dell’aumento del prezzo del petrolio fra il 1999-2000. Detto questo, il termine “Minsky moment” si riferisce alla fase finale di un periodo prolungato di prosperità economica che ha l’effetto di incoraggiare gli investitori ad assumere rischi eccessivi, fino al punto in cui difficilmente il debito contratto può essere ripagato con i flussi finanziari derivanti dalle attività correnti. Superato quel punto, c’è la possibilità che si inneschi una deriva speculativa nei mercati finanziari: così, quando interviene un evento destabilizzante anche se di per sé scontato, quale un aumento dei tassi di interesse, gli investitori possono essere costretti a vendere parte degli asset che hanno acquisito a debito per raccogliere le risorse finanziarie necessarie per onorare i “convenant”, ovvero le obbligazioni sui debiti contratti. Tutto questo ha come effetto complessivo quello di mandare in una spirale negativa i mercati finanziari, determinando un crollo verticale dei valori di alcune classi di attivi a causa della contrazione irreversibile della liquidità che finisce per non affluire ai mercati per via della più generale preoccupazione di ulteriori correzioni al ribasso. Temo che per qualche tempo la distinzione fra “debito buono” e “debito cattivo” dovrà essere accantonata: in queste condizioni il debito è debito ed i mercati reagiscono di conseguenza.  Se ne può uscire solo facendosi trovare pronti ad intercettare le nuove direttrici di crescita: abbiamo ancora 6/8 mesi per riscrivere il PNRR, ormai ampiamente superato dagli eventi.

Infosec: Quindi, quali sono i passi che si attende dal Governo?

Il primo passo nell’immediato è quello di procedere ad una revisione delle stime di crescita: contestualmente occorre avviare un’analisi più allargata degli effetti di una correzione dei mercati sui titoli delle società italiane quotate e a seguire una revisione sostanziale del profilo di rischio del debito sovrano e delle conseguenze sullo stock complessivo di debito delle imprese. Vi sono attese sempre più diffuse nella comunità finanziaria di un rialzo dei tassi di interesse anche da parte della BCE nel corso della seconda parte dell’anno: questo potrebbe penalizzare l’accesso al debito da parte delle imprese italiane, proprio nel momento in cui le loro quotazioni di borsa rischiano di subire un’ulteriore correzione al ribasso che rende i settori chiave della nostra economia facili target di takeover ostili.

Infosec: Dove possono emergere le maggiori criticità?

Occorre mettere in sicurezza i settori energivori e le infrastrutture chiave che costituiscono l’asse portante del Paese, che si trovano oggi esposte ad una spirale al rialzo dei prezzi dell’energia senza precedenti, che ne mettono a rischio la resilienza.

Nel primo trimestre dell’anno, il prezzo dell’energia elettrica è aumentato del 131%: fra le società più esposte ci sono le principali telco del Paese per le quali, in media, il costo dell’energia rappresenta un 5-7% del totale dei costi operativi. Ai prezzi attuali le telco rischiano di vedere aumentare la propria bolletta energetica fino alla soglia del 15-16% del totale dei costi operativi: oltre quella soglia è a rischio il funzionamento H-24 delle reti di telecomunicazione. Se le società di telecomunicazione non si sono già attrezzate da tempo per mitigare la spirale al rialzo dei costi, utilizzando dei contratti di copertura (ndr. hedging), è più che probabile che si troveranno a dovere affrontare dei momenti difficili.

Ci vogliono almeno 6/8 mesi di tempo per migliorare l’efficienza energetica di una rete di telecomunicazioni: a tendere, con l’arrivo del 5G e l’aumento del traffico dati che transita per il 75% dagli smartphone, i consumi di energia sono destinati ad aumentare irreversibilmente di 2/3 volte rispetto a quelli attuali. Sarà necessario impegnarsi su sfide del tutto nuove, come il trade-off fra ridondanza ed efficienza. Siamo all’anno zero delle telecomunicazioni come insegna la storia di ARPANET, la rete realizzata nel 1969 da DARPA (Advanced Research Project Agency), l’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti: la resilienza delle reti di telecomunicazioni del Paese è oggi più che mai una questione di sicurezza nazionale.

È ora che il Governo metta mano senza indugi ad una rivisitazione dell’architettura della transizione digitale ed energetica: le due sfide sono interconnesse ed occorre da subito un maggiore coordinamento ed una ridefinizione degli obiettivi target del PNRR. Su questi temi occorre coinvolgere da subito i nostri partner europei, perché le scelte chiave e l’impostazione di fondo devono essere condivise nel contesto di una risposta coordinata da parte dell’Europa: non c’è più tempo per scelte autarchiche, frutto di una deriva fatta di ritardi che si sono trascinati nel tempo. 

Infosec: Quali dovrebbero essere i primi interventi?

Come primo passo il Governo e le Autorità di vigilanza dei mercati dovrebbero intervenire per chiedere alle imprese chiave del Paese di dare un quadro puntuale dell’impatto della guerra in termini di conto economico, di generazione di cassa, di equilibrio patrimoniale e di efficienza energetica: da qui a fine anno molto è destinato a cambiare negli assetti del Paese e non si può rimanere alla finestra in attesa degli eventi. Bisogna intervenire con decisione: non ci sono risorse infinite e ci saranno scelte difficili che dovranno essere spiegate all’opinione pubblica con integrità e trasparenza. Questo sarebbe già un buon punto di partenza. Non ci si può abbandonare allo sconforto di queste ore, con le immagini tragiche che scorrono sui teleschermi, con l’idea che ciò a cui stiamo assistendo sia un destino ineluttabile: al contrario, è questo il momento in cui si è chiamati a profondere ogni sforzo per cambiare direzione agli eventi e rimettere in gioco un futuro fatto di scelte responsabili, all’altezza delle sfide del momento. Come ricordava il cardinale John Newman: “è compito specifico del cristiano opporsi al mondo”. Anche questo è un buon punto di partenza.

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