GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Putin abile Judoka o trappola della Dezinformatsiya russa?

Qualche considerazione è d’obbligo

Se Putin sia un abile judoka fedele allo spirito di Jigoro Kano è difficle a dirsi. Dagli anni Settanta, quando ottenne la sua cintura nera, di tempo ne è passato e l’unica documentazione possibile sono i filmati e le foto, dal 2000 a oggi, reperibili su internet e sul suo libro dove Putin appare in judogj. Un materiale non sufficiente a comprendere la sua reale bravura di “judoka sul tatami”.

Questadocumentazione visiva,in cui non v’è traccia del Sambo, si può dividere in due grandi categorie o serie: quella degli scambi di cortesie in occasione di incontri con atleti russi o di altri Paesi, e quella dei randori, ossia esercizi liberi di allenamento dove i due judoka (Tori chi attacca e Uke chi si difende) si alternano, con grande rispetto reciproco, nell’eseguire al meglio delle mosse e contro mosse sull’avversario, che ne facilita e asseconda la realizzazione, entrambi attenti ad eseguire le loro tecniche nel modo più corretto e armonioso possibile.

La prima serie di immagini non ci dà alcuna informazione pratica, ma per quello che riguarda la conoscenza tecnica testimonia che sicuramente le domande di Putin si basano su una precisa conoscenza, almeno di studio, del Judo. Tra queste, le più famose per il vasto pubblico anche americano sono sicuramente quelle di contenuto “geopolitico” dove appare in varie occasioni al fianco di Steven Seagal. Stella o ex stella di Hollywood, attore e regista di vari film sulle arti marziali, prima, in ordine cronologico, l’Aikido, di cui è cintura nera di settimo dan, poi di molte altre giapponesi e, infine, cinesi. Un feeling che è anche una solida amicizia, se Seagal, che ha ricevuto la cittadinanza russa nel 2016 ed è stato nominato un anno dopo “ambasciatore per le relazioni culturali” con gli Stati Uniti, considera Putin “un fratello”. Un rapporto che non ha ceduto nemmeno in questi giorni di guerra tanto da fargli dichiarare in un’intervista di ritenere possibile l’attività di un’entità esterna capace di spendere “enormi somme di denaro in propaganda per creare disaccordo tra i due Paesi” che “sono un’unica famiglia”. Quindi: “Qualcosa non torna nel conflitto”.

La seconda serie è quella decisamente più interessante per un’analisi approfondita almeno dell’eleganza e padronanza tecnica dei movimenti del Putin judoka  sia in fase di randori che di ginnastica preparatoria, incluse alcune sue cadute in avanti discrete per un allora ultra sessantenne. Mancano totalmente, purtroppo, le immagini di veri combattimenti.

Dall’analisi dell’esistente si deduce che Putin, oltre allHarai-goshi (spazzata d’anca) che richiede una certa forza fisica,sa tirare anche il “Tai-Otoshi” (caduta frontale dall’alto), il “Seoi-nage” (proiezione di schiena) epersino il “Tomoe-nage” (proiezione circolare con appoggio del piede sull’addome), un colpo spettacolare, ma di “sacrificio” perché implica per tori  di toccare per primo con la schiena il tatami, per poi, mentre si raccoglie sulla schiena, lanciare uke al di sopra di se stesso grazie all’appoggio di un piede sull’addome.

Nel repertorio agiografico, abbondantemente censurato e montato, ci sono però – come la foglia caduta e lasciata volutamente sul prato zen – tre sorprese, ossia ben tre sconfitte di Mister Harai-goshi.  La prima, a Tokio nel 2015, da parte di un bambino giapponese, cintura verde, che lo atterra proprio con un Harai goshi, portato con grande eleganza e decisione. La seconda, nel febbraio 2019 a Sochi, città in cui era impegnato per il Trilaterale con Iran e Turchia, anche se si tratta di un incidente occorsogli a un dito per un suo errore nella presa al judogi del campione olimpico Beslan Mudranov suo, per l’occasione, sparring partner. Infine la terza, la più vera, sempre nel febbraio nel 2019, ad opera di Natalia Kuzyutina, 29enne vincitrice della medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 2016, che, a differenza degli altri campioni olimpici partecipanti al randori,ha preferito stenderlo, senza nemmeno troppa fatica, anziché fingere per farlo vincere. Il premier russo rialzatosi, nonostante qualcuno dica o scriva “Se batti Putin a judo alla fine perdi tu… ma non la sfida… la vita”, ha fatto, a favore di telecamera, buon viso a cattivo gioco, baciando sorridente sulla fronte la brava e bella campionessa.

Evidentemente le donne russe sono più forti o impermeabili al timore reverenziale che sembra invece paralizzare gli uomini di fronte a Putin, anche quando sono capi militari o dei servizi segreti, come altre due donne dimostrano proprio in questi tristi giorni. L’ottantenne Yelena Osipova, ex artista conosciuta come “La sopravvissuta all’assedio di Stalingrado”, arrestata in pochi giorni per ben due volte perché con i suoi due cartelli nelle mani protestava in piazza a San Pietroburgo contro la guerra in Ucraina; e l’altrettanto coraggiosa giornalista televisiva Marina Ovsyannikova, che ugualmente ha voluto mostrare in diretta, a sorpresa durante il telegiornale dell’emittente di Stato, il suo cartello contro la guerra.

“Le teorie del judo, secondo alcuni osservatori internazionali, ispirerebbero anche lemosse tattiche e politiche del presidente russo” tanto che qualcuno nel mondo e in Italia ha tentato di scoprire, in passato e in questi giorni, quale sia il “pensiero segreto” o il modo di ragionare di Putin, partendo proprio dalla sua passione per il Judo. Ricerche che però non partendo dal “judoka sul tatami” si riducono a comparazioni intellettuali e speculative tra dichiarazioni, idee e atti anche militari di Putin e i principi aurei e tradizionali del Judo dettati da Jigoro Kano anche come “via spirituale” nella vita dei praticanti per il raggiungimento di un’armonia totale con gli altri e il mondo tutto.

Comparazioni e considerazioni che – forse, perché fatte da non judoka – trascurano come oggi sia i principi spirituali che la purezza della “Via della flessibilità” non siano più così rigidamente rispettati, anche per pulizia ed eleganza nei movimenti del combattimento sportivo. Purtroppo anche sul tatami si è ormai lontani dalla finezza dei colpi da applicare “senza forza”, ma “con il miglior uso delle energie”, così come scolpito negli insegnamenti del fondatore, il Maestro Jigoro Kano. Situazione attuale che del resto e con estrema sincerità è riportata nel libro “Impara il Judo con Putin”.  Qui si può infatti chiaramente e giustamente leggere: “lo spirito del Judo, così come lo intendeva Jigoro Kano è ormai sparito”; “Cosa rimane oggi? Certamente la tecnica”; lo status olimpico ha messo sempre più in evidenza l’aspetto pratico, tanto che: “anche nella patria del judo, in Giappone, gli interessi riguardanti il prestigio sul tatami mondiale hanno relegato in secondo piano li idee che avevano guidato il grande maestro”.

Queste analisi, sicuramente godibili, si fanno leggere e possono interessare il grande pubblico, ma sono falsate alle origini dall’oculata scelta della Dezinformatsiya russa nel proporre strategicamente, almeno dal 2000 in poi, l’immagine accattivante, anche e soprattutto per i contenuti universalisti filosofici e morali sottesi, del “Putin grande judoka”. In modo da mescolare e sintetizzare in lui l’immagine del “macho” o del “maschio Alfa” con i principi “pacifisti” e “universalisti” della “non violenza”, del “rispetto per il proprio avversario”, della “vita sana fisicamente e spiritualmente” e così via.

Prima disseminandole e poi via via focalizzandole tra le altre proposte del “macho sportivo”, cavallerizzo, pilota, cacciatore, pescatore, nuotatore, sciatore, hockeista etc., rappresentazioni troppo negative nell’immaginario occidentale perché tra l’altro evocative di quelle di dittatori quali Mussolini e Mao Tse-tung.  

Pertanto voler studiare ocapire il “pensiero segreto”, la mens, di Putin negli scontri politici e militari attraverso la “Via della non resistenza” – il famoso salice sotto la neve – odella “cedevolezza” o della “flessibilità” e del “rispetto del proprio sé e di quello dell’avversario”, come amava dire il fondatore Jigoro Kano, etc. è un errore fondamentale impostoci artatamente dalla Dezinformatsiya russa.

Con questo – ripetiamo – non vogliamo dire che Putin non abbia praticato e pratichi con passione da circa cinquant’anni, il Judo come esercizio fisico costante e impegnativo, ma che lo fa e l’ha fatto trascurando assolutamente i principi morali o “spirituali” che ne costituiscono o ne costituivano il fondamento. In definitiva il Judo per lui – come del resto sinceramente scrive – non è un “principio di vita” né un valido mezzo di difesa personale, ma solo Sport e dal 2000 promozione personale geopolitica.

Putin per difendersi dalla e nella strada, lui stesso lo racconta, scelse prima il pugilato e poi il Sambo, un’arte marziale mista che prende in considerazione soltanto colpi, prese e proiezioni letali per l’avversario; andando persino contro i consigli dei suoi genitori che preferivano il più elegante, e meno pericoloso per i praticanti, Judo. Come del resto dimostrano le sue scelte militari applicate nell’invasione dell’Ucraina dove i principi, sia nella prima versione della fallita Blitzkrieg che dell’attuale Guerra classica di invasione e assedio, sono quelli della superiorità delle forze, meglio se schiacciante, e del conseguente “chi colpisce per primo colpisce due volte”. Una guerra che, senza alcun rispetto per l’avversario, minaccia e applica il genocidio; senza trascurare, come nella vera lotta di strada, nemmeno l’eliminazione vigliacca dell’avversario tramite l’uso di sicari.

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