GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Debunking: dal far web al codice di condotta?

Occorre un’attenta riflessione sulla responsabilizzazione e sui controlli

La naturale risposta del mercato alla propagazione delle fake news è stata la figura del debunker, loro predatore naturale o – volendo essere spietatamente logici – simbionte. Perché dopotutto senza notizie false o falsamente rappresentate, l’intervento chiarificatore non avrebbe alcuna ragion d’essere né tantomeno intercetterebbe una domanda da parte degli utenti.

Se per un attimo si va a ragionare sui costi fra la produzione e diffusione di una notizia falsa o falsamente rappresentata e della risposta di smentita, i saldi sono totalmente asimmetrici. Come si ricordava per le fake news sulla privacy, vale la teoria della montagna di merda: da un punto di vista economico, la competenza comporta un costo sempre maggiore dell’incompetenza, soprattutto quando il trolling ricorre alla sua arma più elementare ovverosia l’inversione di un onere probatorio. Il sempreverde: dimostrami che non è così, a latere di un’affermazione posta lì senza eccessivo sforzo di argomentazione.

Nel panorama digitale oramai i debunker sono rappresentati come novelli portatori di verità oggettive, con un bagaglio di fama ed esperienza all’interno del proprio curriculum che ne comprova l’affidabilità. Ma attenzione a non sottovalutarne il ruolo e i rischi e non lasciare che tali soggetti operino in un “far web”.

Se da un lato è indubbio che il loro lavoro si svolga tramite una ricerca delle fonti, il riscontro delle stesse e la rappresentazione dei percorsi logici di ricerca dei fatti attraverso le evidenze, altrettanto vero è che potrebbe portare non poche conseguenze nei confronti dell’utente medio. Insomma: quando il tutto diventa un affidamento totale di un esercizio di pensiero critico che anche noi potremmo svolgere, la nostra partecipazione alla digitalità trova un filtro. Filtro che all’inizio è una scelta e poi rischia di diventare un’abitudine. E l’abitudine può avere effetti distorsivi della percezione e dei comportamenti. Si pensi poi a un debunker in mala fede che voglia vendere la propria notorietà e il proprio lavoro affinché sia strumentale e polarizzante.

Se certamente virtuoso è l’attivismo per smentire e smontare complotti, l’ombra del Ministero della Verità è ad appena una svolta dopo la capacità di conquistare l’affidamento da parte degli utenti. L’ influenza che è possibile esercitare è un fatto, di per sua natura neutrale. Ma le conseguenze di questa influenza possono comportare effetti positivi e negativi, richiedendo dunque di porre un’attenta riflessione su responsabilizzazione e controlli.

E qui si pone – o quanto meno si dovrebbe porre – l’idea di introdurre un Codice di Condotta condiviso per chi svolge attività di debunking in modo tale da creare degli standard etici e di responsabilità condivisi e delle garanzie di trasparenza e correttezza che devono essere assicurate prima di tutto nei confronti del bacino dei follower, dunque a tutela dell’ecosistema digitale in cui si opera.

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