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Comunicare (?!) – Secondo episodio. L’inglese – si fa per dire – è tra noi!

L’uso dell’inglese (chiamiamolo così, povero Shakespeare…) nella vita quotidiana è ormai pervasivo e del tutto superfluo quando nelle nostre lingue esistono termini ugualmente appropriati per indicare ciò che desideriamo. Una moda? Zia Biancaneve pensa di no e ritiene che quest’uso non sia del tutto innocente. 

Facciamo un passo indietro: Winston Churchill, che non era proprio un chierichetto della politica, nel discorso tenuto il 6 settembre del 1943 di accettazione della laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Harvard disse che il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. E il Mahatma Gandhi, come ci ricorda Chitra Naik, affermò che insegnare l’inglese a milioni di persone equivale a schiavizzarli.

In Francia forse si esagera nell’altro senso: se cliquer esiste, per la posta elettronica era stato inventato courriel, da courrier, posta ed él(ectronique), e poi un fantasioso e ibrido neologismo: mèle (da e-mail). Il computer è l’ordinateur, la cartella è il dossier e il file è il fichier (che vuol dire schedario, boh!). Ma non dimentichiamo che il francese era, sino a tempi recenti (fin quando il dialogo si basava anche su sfumature importanti che l’inglese, in particolare quello comunemente utilizzato oggi, non consente proprio) la lingua della diplomazia e delle persone colte: certo, non era troppo democratico che la nobiltà russa comunicasse al proprio interno in francese per non farsi capire dalla servitù. 

Ma che noi dobbiamo impiegare i termini road map, store, abstract, meeting, competitor… per indicare, rispettivamente, piano/progetto, negozio, riassunto, riunione, concorrente… è, francamente, ridicolo. 

Esilarante è invece l’impiego di termini latini ritenuti inglesi (e dunque pronunciati come tali e provvisti spesso di una -s al plurale): sponsor (che piaceva tanto a Cicerone), forummonitorcampustutor (che viene pronunciato tiutor), data (un bel neutro plurale), plus (che non si pronuncia plas), virus (che alcuni pronunciano vairus), specimen (NON è inglese, è LATINO!!!), media (MEDIA, non miiidia, plurale di medium), habitatiter (che ho sentito pronunciare aiter), iunior (che viene pronunciato giunior). E poi ci sono “gli iter”, i “curriculum”, i “referendum” povere paroline private del plurale (itinera, curricula, referenda).

E a Zia Biancaneve sembra ridicolo anche che per comunicare nell’Unione europea si faccia prevalentemente uso dell’inglese, che è la lingua ufficiale della sola Irlanda. 

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