UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Ucraina, contrapporre un gesto d’amore agli atti di forza malvagia

Il messaggio in bottiglia arriva da un grande giornalista, Mario Raffaele Conti, la cui sensibilità è sempre riuscita a trasparire – come stavolta – dalla delicatezza del suo scrivere.

Dopo una lunga e appassionante carriera in radio e sulla carta stampata, iniziata ai microfoni di una memorabile Radio Monte Carlo degli anni 80 e conclusasi come caporedattore del settimanale OGGI (dove ha lavorato “solo” un po’ più di un quarto di secolo…), è oggi affermato scrittore capace di accarezzare l’animo di chi legge.

1° Chieh di T’ai chi ch’uan (Scuola Chang Dsu Yao) e diplomato europeo di insegnante di yoga con l’Afy, vanta Tra i suoi libri, davvero anestetici in questo periodo di dolore, “Yogananda mi ha cambiato la vita” (Ananda Edizioni) e “Pratiche quotidiane di felicità” (Morellini Editore) scritti con Elia Perboni.

Non sono un damerino, ho operato nel sociale, ho visto ingenti movimenti di cuore, opere di solidarietà, iniziative per la Siria, per l’Africa e altre.

Oggi però ho voluto vedere quello che accade a un passo da casa mia e ho incontrato l’impensabile. 

Ho visto ucraini con il volto segnato e il cuore gonfio di gratitudine, ricevere montagne di cibo, detersivo, pannolini, vestiti, coperte. Letteralmente montagne. 

Un flusso incessante di amore e di bene, decine di sacchi ogni minuto, file di auto parcheggiate davanti per depositare scatoloni, sacchetti, biancheria. E loro, i volontari ucraini, ricevere tutti con un grazie, un sorriso e il cuore gonfio di pena e di speranza. 

Tra qualche minuto partirà un convoglio, e poi un altro e un altro ancora. E così in decine di centri in Italia. 

Ammettiamolo, gli ucraini sono nella nostra mente e nel nostro cuore più di altri in altre situazioni di guerra nel mondo perché questa è una guerra che ci riguarda. Non dico che sia giusto, ma è così. E in quella sala enorme colma di aiuti non ho sentito o visto l’ipocrisia snob di ricchi e “poco ricchi”, ma ho toccato con mano un’onda d’amore che mi ha toccato profondamente. Forse stiamo cominciando a capire che dobbiamo allargare le braccia – come si dice a Milano – «col cuore in mano».

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