CAMPANELLO DI ALLARME

Colpire e fermare la Russia con gli hacker? “Ma mi faccia il piacere…”

L’attacco cibernetico non sarebbe una sanzione ma un suicidio

Dopo la baldanzosa parata di esperti virologi per la stagione della pandemia, adesso dinanzi alle telecamere stanno sfilando gli strateghi del conflitto bellico pronti a sfornare pareri taumaturgici e soluzioni fantasiose.

Qualcuno, con la stessa energia del “pater familias” che minaccia una sonora sculacciata ma dimostrando di conoscere poco quel tipo di terreno di scontro, è arrivato ad ipotizzare una aggressione digitale nei confronti di Mosca.

L’autocompiacimento e l’autoreferenzialità hanno portato l’Occidente (e qui l’Italia vi sguazza felice) a specchiarsi come la strega cattiva di Biancaneve, nella sempre più ferrea convinzione di una superiorità facile ad incappare in cocenti smentite.

Qualche sedicente esperto ha suggerito così di attaccare la Russia con armi informatiche, proposta che è suonata come la determinata intenzione di un pacato pensionato di prendere ferocemente a pugni Mike Tyson.

Probabilmente nessuno ha capito che quel knock-out lo stiamo rischiando noi e che forse non è opportuno evocare un campo di gioco che Caporetto in confronto è stata un successo epocale.

La Russia ha storicamente investito nella “cyberwar”, prima sponsorizzando la vivacità “privata” e poi avviando un processo di “militarizzazione laica” del settore, che ha portato alla creazione di una vasta gamma di unità da combattimento in cui si mescolano consolidate capacità belliche e imprevedibili guizzi criminali.

Queste realtà – che gli addetti ai lavori definiscono APT (Advanced Persistent Threat, o minacce avanzate persistenti) e numerano in incessante ordine crescente – presidiano il tessuto connettivo internazionale. Non semplici avamposti, ma truppe di occupazione abituate a colpire e poco avvezze a reclamizzare le proprie malefatte. Gente che poco alla volta ha minato la Rete e i sistemi informativi raggiungibili attraverso Internet, lasciando tutto pronto ad esplodere.

I tanti ransomware che hanno flagellato aziende ed enti con la cifratura fraudolenta di dati, documenti e archivi elettronici sono stati una banale dimostrazione delle potenzialità che proprio i russi sono in grado di esprimere. Chi ha provato il brivido di non poter più utilizzare le risorse tecnologiche a disposizione, di vedere ferma la produzione industriale, di constatare la paralisi commerciale, di ammettere la propria incapacità a rialzarsi, probabilmente può spiegare ai tanti e troppi saggi cosa significa finire nel mirino di certi eserciti invisibili.

Molte imprese e pubbliche amministrazioni sono già state “penetrate” dagli hacker, tante non se ne sono nemmeno accorte perché gli ordigni virtuali giacciono apparentemente inerti solo in virtù del fatto che non sono ancora stati fatti esplodere.

Invece di pensare ad assaltare la Russia (le “campagne” in quella direzione non sono mai state fortunate, da Napoleone alle centomila gavette di ghiaccio narrate da Giulio Bedeschi), ci si sbrighi a fare copia – magari multipla – di database e sistemi su supporti “offline”, pianificandone la costante sostituzione frequente con esemplari aggiornati. In questo modo – se malauguratamente si bloccasse tutto – si potrebbe ripartire con disagi limitati ed evitare mortificazioni sul modello “Regione Lazio”.

Estote parati, e non è una marca di carte per il rivestimento dei muri delle pareti domestiche.

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