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NATO, Kiev, Mosca e il resto del mondo. Il ritorno della minaccia nucleare

La dichiarazione di Putin scuote il mondo; “Non ci saranno vincitori"

È innegabile, le minacce sulla possibilità di un conflitto nucleare espresse dal presidente russo Vladimir Putin durante il suo intervento nel corso della conferenza stampa con il presidente francese Emmanuel Macron di qualche giorno fa, sono lungi dal sostenere un “paragone di serietà” con incubi molto più plausibili offerti dalla storia non troppo remota, come le prese di posizione del premier sovietico Nikita Khrushchev durante la crisi di Cuba.

Tanto per cominciare oggi viviamo nell’era del progressismo “social”, ove antichi adagi del calibro di “essere più che sembrare” sembrano diluirsi in infinite sfaccettature il cui scopo chiave è la ricerca ossessiva di una grande verità così onnisciente dal finire col trascendere il senso comune, affannata nell’assurdo tentativo di ammassare ogni eccezione all’interno della sfera del normale, impossibile da mettere a fuoco in quanto mobilitata in un continuo piroettare che ne erode la credibilità, compromettendo in maniera irreversibile sia il senso del reale che la fiducia nell’informazione.

La risultante è la figura di Putin quasi patetica nel suo sgraziato miscuglio di revisionismo nostalgico e machismo balcanico, le sue aperte minacce di distruggere il pianeta nel caso in cui le cose non vadano nel verso da lui auspicato, che se da un lato fanno sorridere, dall’altro inorridiscono. 

L’ammassamento delle forze armate Russe ai confini dell’Ucraina al quale stiamo assistendo in questi ultimi giorni evidenzia tutte le grandi paure di Mosca. 

Il terrore che l’Ucraina sia incorporata alla NATO; la presenza di missile americani a media gittata nell’Europa orientale; la presenza di truppe NATO in paesi ex patto di Varsavia; il desiderio di vedere Kiev rinunciare a qualsiasi ambizione di riprendersi la Crimea e accettare statuto autonomo per la regione del Donbas, e la più grande di tutte, la poco confortevole sensazione che l’influenza geopolitica del Paese in Europa sia vittima di un processo di estinzione, già innescato da tempo.

Ascoltare un premier sventolare la minaccia nucleare in maniera così diretta, affermando che “non ci saranno vincitori”, non può lasciare indifferenti.

Anni di sforzi tesi alla non proliferazione ed al tentativo di eliminare il nucleare come possibile risposta bellica, alla luce del fatto che si è stabilito che l’umanità stessa non sia in grado di sopravvivere un evento di tale magnitudine, oscurati da quello che sembra l’impulso poco ponderato di un personaggio fortemente criticato anche dalla sua stessa gente. 

Secondo uno studio della Michigan Technological University, unico nel suo genere, il “limite pragmatico” contro il quale dovrebbe essere misurata la capacità nucleare di una nazione è di 100 testate nucleari. Più di cento e l’attacco finisce con l’avere effetti indesiderati sul paese attaccante. 

Tanto per mettere le cose in prospettiva, Nukewatch.org un’organizzazione Watchdog che si occupa di promuovere la sicurezza nucleare ed ambientale delle infrastrutture dichiara che attualmente ci sono oltre 13,000 ordigni nucleari su questo pianeta, di cui oltre 9,000 in scorte militari. Russia e Stati Uniti possiedono il 90% del totale.

A dispetto dei vari tentativi di limitare la proliferazione dell’arma atomica che si sono susseguiti nella storia, e galeotto il mai sopito intervenzionismo statunitense, un crescente numero di paesi appare intento a rinforzare o sviluppare il proprio arsenale nucleare. 

La Corea del Nord, in seguito alla rottura degli accordi del 1994 con il governo USA, è entrata già da tempo nella lista dei paesi in possesso di capacità belliche nucleari, e grazie anche alla collaborazione col Pakistan continua a sperimentare indisturbata con testate a medio e lungo raggio.

L’inefficacia del dialogo diplomatico come veicolo di accordo sul nucleare continua ad essere dimostrata. Basta analizzare i continui fiasco delle amministrazioni americane a stipulare accordi quantizzabili e duraturi con una sempre più ambigua leadership Iraniana. È un mistero come l’Iran non abbia ancora apertamente adottato una postura simile a quella della Corea del Nord se non altro come deterrente per un sempre possibile intensificarsi dell’embargo americano. 

Dal suo canto Taiwan desidera sopra ogni cosa liberarsi dalla sempre presente minaccia Cinese, e poche iniziative sarebbero in grado di garantire l’efficacia dissuasiva di una risposta meglio di un solido stockpile di testate nucleari puntato verso nord ovest. 

Anche in Medio Oriente, la capacità bellico-nucleare continua ad imporsi come fattore chiave nella dinamica delle relazioni tra i paesi. È difficile immaginare la sopravvivenza di nazioni come Israele ignorando considerazioni sulla sua postura militare e l’incidenza dei suoi armamenti nucleari.

Per tornare alla situazione in Ucraina. 

Magari a Kiev c’è chi adesso si mangia le mani per aver firmato nel 1994, l’accordo col quale l’Ucraina prometteva di distruggere il vasto arsenale atomico che aveva ereditato in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, accettando in cambio le assicurazioni del Memorandum di Budapest.

I leader dei cinque paesi più dotati di armi nucleari – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – hanno rilasciato all’inizio del mese di gennaio una dichiarazione, riaffermando il loro impegno ad evitare la guerra nucleare.

Nella sua chiarezza, la dichiarazione arriva nel bel mezzo dell’escalation di tensione tra Russia e Ucraina, così come di quella in corso già da tempo tra Cina e Stati Uniti, contrasti che alla luce degli ultimi sviluppi, contribuiscono ad attribuirle un retrogusto per certi versi distopico.

“Affermiamo che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. “Poiché l’uso del nucleare avrebbe conseguenze di vasta portata, affermiamo anche che le armi nucleari – finché continueranno ad esistere – dovrebbero servire scopi difensivi, scoraggiare le aggressioni e prevenire la guerra. Crediamo fermamente che l’ulteriore diffusione di tali risorse debba essere impedita”.

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