STRATEGIE

Il paradiso della brugola

La polemica sorta tra Bricofer e il nostro direttore editoriale Umberto Rapetto pone interrogativi non solo sulla sicurezza informatica, ma anche su alcuni aspetti legati al Crisis Management, disciplina importantissima ma piuttosto negletta in Italia.

Diciamolo subito: Bricofer è un’azienda simpaticissima, con un’immagine fresca e accattivante. Per quelli di una certa generazione, è inevitabile, quando si entra in uno dei suoi maxistore pieni dal pavimento al tetto di qualunque strumento per l’hobbistica ed il fai da te, pensare al famoso Paradiso della brugola reso immortale da Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba.

Quelli che lavorano nella meccanica di precisione: tecnologie avanzate al servizio di progettazioni particolari e specifiche. Non so… Hardware e quelle cose, cioè… creiamo dei supporti che poi serviranno per progettare grosse situazioni, non so mecc… Proprio… Strumenti di precisione per una svolta magari futura anche della meccanica… svolgono infatti un ruolo caro a chiunque abbia un approccio hands-on ai problemi; quindi, a maggior ragione agli appartenenti ad una redazione fatta di nerd e di hacker – quelli buoni.

Spiace un bel po’, quindi, la polemica sorta tra Bricofer e il nostro giornale riguardo l’articolo di Umberto Rapetto – oggi rimosso – in cui si evidenziava, come abbiamo fatto indiscriminatamente negli ultimi due anni chiunque ne fosse la vittima, un problema di data breach avvenuto a danno dell’azienda.

All’articolo originale, Bricofer ha risposto con uno stentoreo intimo di rimozione, poiché avrebbe fornito informazioni a malintenzionati per continuare a fare accesso indebitamente a dati che sono patrimonio aziendale, violando inoltre la privacy degli utenti.

Alla domanda di rimozione ha già risposto benissimo Rapetto con il suo successivo articolo, in cui ha evidenziato gli aspetti tecnici della questione, spiegando come a suo parere non ci fossero le condizioni perché terzi arrivassero a danneggiare Bricofer o altri; e che ad ogni modo diverse testate online avessero pubblicato la cosa, fornendo magari informazioni ben più indicative.

Quello che invece preme qui, è discutere alcuni aspetti legati al Crisis Management, disciplina importantissima ma piuttosto negletta in Italia, di non minore importanza nel mondo moderno rispetto al fornirsi di adeguate coperture informatiche per prevenire eventi maggiori di data breach.

Diciamocelo chiaramente: la sicurezza informatica è un’arte e una scienza che fornisce una protezione più o meno avanzata, ma nessuno è immune da qualunque attacco. Se malintenzionati – successivamente individuati dallo stesso Rapetto – sono riusciti a penetrare le difese del Pentagono, va da sé che nessuno è mai veramente al sicuro.

Con questi presupposti, è invece fondamentale fornirsi di protocolli di comunicazione esterna da attivare nella malaugurata ipotesi che qualcosa accada. Se non ci si vuole dotare di una struttura interna, in giro ci sono fior di professionisti in grado di dare una mano.

L’arena della comunicazione moderna è un luogo molto diverso dai media otto-novecenteschi legati al controllo totale dell’informazione da parte di pochi soggetti. L’epoca delle veline, dei comunicati stampa, dei giornalisti stretti tra potere politico e potere economico, che pure resiste in poche nicchie di comunicazione pubblica di sempre minor importanza, è finita per sempre. A un moderno comunicatore, il ricevere un intimo alla rimozione fa venire alla mente la famosa battuta “e l’intimo, l’intimo dove lo mettiamo?” di un immortale film di Totò.

Una notizia, infatti, specie se amplificata da una gestione malaccorta della comunicazione pubblica e dei rapporti con i comunicatori, genera cerchi concentrici sempre più grandi, con conseguenze spesso imprevedibili. Il rischio che un’azienda simpatica possa improvvisamente essere percepita come un oppressore della libera circolazione delle informazioni, nel mondo di oggi è un peccato spesso imperdonabile e più dannoso per il fatturato, di un incendio in un punto vendita o in uno stabilimento produttivo.

Un’azienda vittima di un attacco informatico è per l’appunto una vittima, e come tale deve presentarsi agli occhi del mondo. Essere trasparenti, essere sinceri, ammettere il problema, esprimere rincrescimento, assicurare che tutte le misure del caso vengono prese per la salvaguardia degli utenti, è sempre il miglior modo di presentarsi. Essere aperti e leali con i comunicatori, offrirsi di raccontare la propria versione dei fatti, cercare empatia, solidarietà e non generare divisione, è sempre il miglior modo per trasformare le onde negative in positive, e persino ottenerne un vantaggio.

In tutto ciò, l’intimo non serve a niente, è dissonante, crea malumore e cattiva percezione, predispone male nei confronti di future occasioni di relazione con il pubblico e la stampa. Per ogni intimo, una miriade di onde sempre più amplificate viaggiano per i social media, la blogosfera, i podcast, e consolidano impressioni che saranno la base per la risposta futura dell’opinione pubblica al brand aziendale.

Gli attori di queste onde sono molteplici, difficilmente identificabili, per niente controllabili, e alla minaccia di aver carta bianca, potrebbero ancora una volta rispondere alla Totò. Resta in ultima analisi un solo, importante imperativo per chiunque dovesse trovarsi in una situazione di attacco informatico….

Be kind.

Back to top button