RISERVATEZZA DEI DATI

Il comune di Ravenna e la richiesta del GPS per il rispetto della quarantena

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali apre un’istruttoria

L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha aperto un’istruttoria nei confronti del Comune di Ravenna relativamente alla geolocalizzazione dei soggetti in isolamento e quarantena per assicurare il rispetto di tali misure, chiedendo di “far pervenire all’Autorità ogni elemento utile alla valutazione del trattamento di dati personali effettuato”, con particolare attenzione a strumenti impiegati, minimizzazione, limitazione della conservazione e sicurezza dei trattamenti.

La procedura diffusa dal Comune è piuttosto semplice: la Polizia Locale contatta telefonicamente il cittadino destinatario di un isolamento fiduciario per conoscerne la localizzazione fornendo un numero per l’invio della posizione GPS in tempo reale e in assenza di risposta viene inviata una pattuglia sul posto.

Nulla viene detto a riguardo sul canale social della Polizia Locale di Ravenna, invero molto attivo. Anzi: il post che descriveva la procedura e che ha attirato l’attenzione dei media è stato rimosso.

Ad ogni modo una replica istituzionale c’è stata: il Comandante della Polizia Locale ha chiarito che l’effettuazione di tale modalità di controllo è su base volontaria e volto ad evitare “inutili spaventi”, nonché che è in vigore già da due anni. E se così si riteneva pertanto ben prima, figurarsi dopo l’intervento del famigerato Decreto Capienze. Il problema è quella confusione circa la volontarietà dell’essere soggetti a tale forma di controllo: si intende infatti che il cittadino può rifiutarsi dal rispondere mediante l’invio della propria posizione GPS e che tale condotta non dà luogo a sanzioni (e ci mancherebbe).

Ma cosa accade nel momento in cui il cittadino si rifiuta? Secondo la procedura illustrata “In assenza di risposte è inviata una pattuglia sul posto”. E dunque – seguendo sempre il chiarimento offerto dal Comandante – la scelta riguarda l’opzione di una modalità di controllo “più soft” e che “evita l’arrivo della pattuglia”.

Insomma: non sorprende che “quasi tutti” abbiano optato per tale modalità e che ci siano stati ben pochi rifiuti. Ci si chiede dove sia e come sia valutata la volontarietà nel momento in cui o si conferisce il proprio dato GPS o altrimenti – come dichiarato – si procede con una modalità meno soft e dunque di maggiore impatto negativo?

Senza considerare poi che c’è la possibilità di inviare una posizione di geolocalizzazione falsa, opzione che svilisce totalmente l’efficacia del controllo e anzi garantisce a chi opta per tale modalità una relativa certezza di evitare l’intervento della pattuglia.

Dal momento che viene svolto un trattamento su larga scala degli elenchi degli interessati destinatari di un provvedimento di quarantena o isolamento, viene da chiedersi come il Comune abbia adempiuto all’obbligo di svolgimento della valutazione d’impatto e soprattutto quale base giuridica abbia riscontrato all’esito della stessa. Ci si chiede soprattutto se sia stata svolta, dal momento che non è possibile reperire alcuna informativa relativa al trattamento dei dati personali svolto in tale ambito.

E dunque si può far peccato e pensar male o altrimenti proseguire nel canto dell’emergenza e giustificare così l’ennesima compressione di diritti fondamentali. Dopo tutto, nel mondo abbiamo assistito a misure ben più invasive, come ad esempio l’utilizzo del geofencing in India o del braccialetto elettronico a Singapore, ma viene da chiedersi se tali scenari possano essere auspicabili.

Questa tendenza – e altre che inevitabilmente seguiranno – non è che l’effetto della continua narrazione di svilimento del diritto alla protezione dei dati personali. 

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