
La determinazione a livello europeo di non commercializzare più automobili a combustione interna a partire dal 2035 è in qualche modo passata sotto silenzio nell’agenda politica italiana.
La conversazione pubblica è incentrata – a parte il toto-Presidente di questi giorni – sul discutere aspetti tutto sommato secondari, quale ad esempio l’impatto ambientale ed energetico reale delle automobili elettriche. Ci si preoccupa giustamente di come si produrrà l’elettricità necessaria a ricaricare le batterie dei veicoli di nuovo tipo, e si polemizza affermando che ciò dovrà avvenire utilizzando le fonti fossili, la qual cosa dunque non risolverebbe il problema ambientale.
Al di là delle considerazioni tecniche – solo a titolo di esempio, la maggior parte del peso di un veicolo a combustione interna proviene dal motore, che sarà sostituito dalle molto più leggere batterie – in realtà sfuggono diverse riflessioni di tipo strategico, che rivoluzioneranno ancora più rapidamente e profondamente il nostro modo di vivere.
Innanzitutto, la prospettiva di investire una cifra consistente in un asset che rischia di diventare virtualmente senza valore entro pochi anni deprimerà il mercato del nuovo per le auto di vecchio tipo molto prima del 2035. Sicuramente il phasing out del vecchio parco macchine a combustione richiederà diversi anni, ma difficilmente la politica si potrà permettere transizioni temporalmente comode come fatto con le varie versioni Euro-n delle auto a benzina e diesel.
A spingere per una transizione rapida saranno le stesse case automobilistiche, le quali se vogliono sopravvivere alla competizione degli attori nativamente elettrici come Tesla, dovranno effettuare una veloce reingegnerizzazione di impianti e processi. Questo avrà come conseguenza che quelle che ci riusciranno per prime vorranno consolidare rapidamente la propria base di mercato e recuperare gli investimenti. A questo scopo, intensificheranno le azioni commerciali e di lobbying nei confronti dei decisori politici perché questi ultimi mettano appena possibile fuori legge le automobili tradizionali. Al 2035 mancano tredici anni, ma la combinazione di questi fattori porterà il mercato a cambiare molto prima.
Segnali di movimento in questa direzione si fanno sempre più evidenti. Il CEO di Volkswagen Herbert Diess ha invitato Elon Musk a parlare di innovazione e del futuro dell’auto elettrica ai propri manager, puntando chiaramente il dito nella direzione verso la quale vuole spingere il secondo attore dell’industria mondiale dell’auto.
Ancora più significativamente, Stellantis ha annunciato al CES di Las Vegas la chiusura di una serie di accordi pluriennali con Amazon, finalizzati ad adottare il cloud computing come cuore della costruzione e gestione dei propri autoveicoli. Una mossa di grandissimo significato, che vede la nuova joint venture adottare quello che nativamente è il modello Tesla: non più l’elettrificazione di modelli esistenti; non più l’inserimento di software come add-on su una struttura fondamentalmente meccanica; ma la costruzione dell’auto e dei servizi correlati intorno ad un software.
Ad indicare un commitment estremo del gruppo verso obiettivi di rapida riconversione, la stessa Stellantis ha inoltre annunciato che trasformerà Alfa Romeo in un brand completamente elettrico entro il 2027 e Chrysler entro il 2028. Solo un quinquennio, dunque, è l’orizzonte che al di là degli obiettivi politici fissati al 2035, uno di più significativi attori dell’industria automotive si assegna per la riconversione di due dei suoi marchi più forti.
Una classe dirigente nazionale accorta e versata nell’analisi strategica avrebbe tutti gli elementi per derivare le conseguenze industriali, economiche e sociali di quanto abbiamo appena esposto. All’orizzonte si addensa una tempesta perfetta per il nostro settore produttivo automotive: un cambio epocale di tecnologia, dall’elettromeccanico all’IoT e Cloud Computing by design; scadenze di mercato che indicano una riconversione all’elettrico più veloce rispetto alle pur prossime deadline politiche; l’obsolescenza non solo di un sistema industriale, ma anche e soprattutto di un capitale umano numericamente molto significativo.
Il nostro paese è disseminato di stabilimenti primari e di indotto che fondano la propria esistenza sul modello di automotive che innovazione e mercato metteranno presto in discussione. Si è facili profeti quando si prevede che in mancanza di una solida politica di riqualificazione del personale del comparto, e di una interlocuzione di qualità con gli attori di mercato – Stellantis su tutti – potremmo ritrovarci a breve con tensioni lavorative e sociali non di poco conto.
Accanto alle minacce, tuttavia, intravvediamo delle opportunità: quelle legate ad una forte scolarizzazione informatica della prossima generazione di lavoratori dell’automotive; ed allo sviluppo di una visione industriale strategica che consenta al nostro paese di non perdere uno dei pilastri maggiori della nostra struttura produttiva.