SICUREZZA DIGITALE

Internet, privacy, democrazia (e ovviamente Buon Natale)

Dalla rete più sapere o più conformismo? Più libertà o più leggerezza? Più senso di appartenenza o più individualismo ? Va’ dove ti porta il web, ma con il biglietto di ritorno.

Quando Nicholas Carr scrisse “The Big Switch”, nella prima decade di questo millennio, si affacciava prepotente e stupefatto il dibattito su come il web stesse stravolgendo elementari e atavici concetti del nostro vivere: la privacy, la curiosità dell’Ulisse che alberga in noi, le relazioni con gli altri. Laddove ancora esisteva un giornalismo inquirente, in USA, si moltiplicarono indagini ed esperimenti sociali. In uno di questi, nel 2006, il New York Times raccolse per tre mesi le ricerche fatte sul motore di AOL da oltre 600,000 utenti, anonimizzati dal provider stesso. Anonimizzati ? Certo: di uno preso a caso e chiamato 4417749 furono analizzate le keyword impostate; andavano da “danze per single ad Atlanta” a “cane che urina dappertutto”a “materiale scolastico per i bambini dell’Iraq”. In un paio d’ore, i giornalisti diedero nome e cognome a 4417749, una vedova 62enne della Georgia.

Ricerche innocue, le sue. Meno quelle di altri anonimizzati: incesto, cocaina, guida in stato di ebbrezza, adozione da parte di chi aveva tentato il suicidio, tecniche di strangolamento, incaprettamento. In altri esperimenti condotti da ricercatori zelanti, furono vagliate le wish-list lasciate su Amazon da 260,000 utenti con relativo numero di identificazione. In poco tempo, questi novelli ficcanaso uscirono con nomi, cognomi e indirizzi di persone che avevano espresso interesse nel romanzo “1984” di Orwell. Con pari facilità avrebbero potuto mettere in piazza coloro che volevano imparare a coltivare la marijuana o sapere come restituire un bambino adottato. Dicono gli americani, per intendere che chi ti è vicino ti conosce, everyone knows your dog. Grazie al web, oggi everyone knows you are a dog, ammisero alcuni. Anche razza e pedigree aggiungerei. E abitudini urinarie, per riprendere una delle ricerche sopra citate.

A quei tempi, i social network stavano solo prendendo la rincorsa per il grande salto che ci ha portato dove oggi siamo. Cioè all’automatizzazione dell’algoritmo: non c’è più bisogno degli zelanti ricercatori, la ricerca e la correlazione sono demandati alla macchina, le  suggestioni di marketing inferenziale sono pervasive e spesso sorvolano la nostra stessa consapevolezza, non dico il consenso, di cui non frega niente a nessuno. Esemplare è l’adozione di misure quali il GDPR europeo o gli analoghi americani quali il CCPA della California. Qualcuno ha avuto la vita cambiata dalla possibilità di negare un consenso ? Di esercitare un diritto all’oblio ? Sotto l’apparenza di garanzie al cittadino si nasconde una tutela della controparte commerciale o istituzionale: se ho rispettato le scartoffie o i disclaimer elettronici nessuno mi potrà fare class action miliardarie. Le telefonate dei telemarketing all’amatriciana di casa nostra continueranno.

Viviamo in un’epoca di grande conformismo. E’ un attimo far passare i dissenzienti come pecore nere, rasarli via con la cancel culture, riscrivere la storia secondo lo stampino della nuova normalità (grazie, o pandemia) e quanto deborda darlo al cane che urina dappertutto. Non ho mai creduto nei complottismi, nei Bildenberg e Illuminati. Credo nell’eterogenesi dei fini: tanti indipendenti elementi di varia origine concorrono a una medesima meta. Una scuola ignorante e scombinata da mille riforme e mode, un’ipercapitalismo che fa profitti sui debiti, un deficit generale di democrazia che consolida politiche elitarie e tutte pseudo-monarchiche, dove il nuovo è sempre espressione del vecchio, un giornalismo torpido e asservito, mezzi di massa che scapicollano al sempre più trash, fino ai virologi che cantano.

Ma torniamo ai primi vagiti del totalitarismo web. Nel 2000 un cittadino francese si indignò dell’offerta sulle aste di Yahoo! di cimeli nazisti e, appellandosi alla legge del suo paese, fece causa all’allora già colosso. Che alzò spallucce negando che l’autorità francese avesse giurisdizione su di lui. Avrebbe potuto difendersi dicendo che glielo aveva consigliato l’uccellino e forse avrebbe avuto più chances. Il giudice francese impose di oscurare quelle aste criminali sul territorio dell’Esagono, Yahoo! disse che avrebbe ignorato il pronunciamento e il giudice: o obbedite in tre mesi o vi confisco quanto avete qui da noi e se dagli USA mettete piede in Francia andate al fresco. Yahoo! si arrese ma nel frattempo era nato forse il primo vero dibattito sulla territorialità del nomadico e immateriale web.

Si dice spesso che nulla è più forte di un’idea il cui momento è giunto. Questo, è bene ricordarlo, vale anche per le cattive idee. L’idea di ricattare e bannare il web nacque forse dal genuino patriottismo della magistratura francese. Yahoo! non battè ciglio quando nel 2002 la Cina firmò un accordo in cui le si imponeva di concedere monitoraggio e censura sui suoi siti. In ottemperanza a ciò, rivelò l’account che nel 2005 vergò una mail di commemorazione di Tien An Men. Il malcapitato andò in galera e chissà dove si trova oggi. D’altra parte, gli accordi commerciali con i cinesi, che tanta paccottiglia hanno portato in Occidente, furono negoziati in quegli anni dagli USA senza una parola sul livello di democrazia laggiù, con buona pace del Montesquieu.

Nella partita a tre tra politica, colossi web e gente l’equilibrio pare essere:

GOVERNO – Colosso, fa’ che ti pare. Basta che un fischio ti riallinei. Per le tasse transeat.

COLOSSO – Ok ma non le pretendere, le tasse

E la gente ? Come direbbe Trilussa, er popolo magna le nocchie e se gratta.

Vado a fare Natale nella città dove sono nato. Mi aspetta un cimitero dove sta chi mi ha messo al mondo, mi aspetto un vento gelato e forse qualche tagliente cristallo misto a ricordi e tristezze. Il web non ha risposto alle mie vere domande: che cosa è il tempo ? esiste Dio ? Ma non pretendiamo troppo, non lo sapeva nemmeno Cartesio. Buon Natale.

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