AFFARI & FINANZA

L’operazione KKR e Giovanni Verga

La ventilata acquisizione di Telecom da parte di un fondo d’investimento noto per le ristrutturazioni apre la riflessione sullo stato della politica e dell’economia nel nostro Paese.

Il fondo KKR ha annunciato la sua intenzione di procedere all’acquisizione di Telecom Italia attraverso un’operazione concordata con il governo italiano e sicuramente anche con quello francese, data la presenza di Vivendi come non insignificante azionista all’interno della telco.

In un editoriale apparso su questi schermi, l’analisi di Umberto Rapetto – che ricordiamo essere stato Group Senior Vice President di Telecom e quindi persona piuttosto informata – è stata impietosa. La comparsa del fondo di investimento in funzione di acquisitore potrebbe significare una consistente sforbiciata al personale, e la trasformazione dell’azienda in qualcos’altro. 

Le azioni di Telecom hanno conosciuto un notevole rally nella giornata dell’annuncio, incrementando il proprio valore di circa il 30%, ad indicare che il mercato non solo ritiene probabile, ma approva la mossa annunciata.

Al di là di quelle che possono essere le riflessioni di ordine strettamente economico o di politica del personale, è importante fare alcune considerazioni più generali rispetto a ciò che sta succedendo alle aziende strategiche del nostro Paese. Non sono passati infatti che alcuni mesi dall’ennesima e terminale ristrutturazione di Alitalia, che oggi – come dicono voci interne – nella nuova denominazione ITA si avvia ad adottare logiche più simili a quelle di una compagnia low-cost che ad un vettore aereo di tipo tradizionale, con alcune vicende che francamente lasciano perplessi.

Gli asset strategici di uno stato moderno sono legati non tanto alla propria capacità di produrre materie prime o prodotti a valore aggiunto più o meno elevato, quanto a costruire e mantenere l’accesso alle risorse in funzione di scambi commerciali sempre più fluidi ed immateriali. Non bisogna scomodare le teorie di Jeremy Rifkin per rendersi conto che nel mondo moderno avere accesso è più importante che possedere; né è necessario dominare il pensiero di Zygmunt Bauman per comprendere che nella modernità liquida che ci circonda la capacità di raccogliere, analizzare ed utilizzare dati ha il valore strategico che una volta avevano le cannoniere o i bombardieri a lungo raggio.

Uno Stato, quindi, che perda il controllo della propria capacità di collegamento fisico con il mondo, e delle proprie reti informatiche, si trova a giocare sulla scena internazionale il famoso ruolo del due di coppe con briscola a bastoni. Il ridimensionamento forte di tali asset nel breve volgere di alcuni mesi è un doppio colpo alla nostra capacità competitiva, che una classe politica ed un’opinione pubblica di poco meno irresponsabile o stolida non mancherebbe di vivere con la più elevata preoccupazione.

Di certo la colpa di quanto sta succedendo non è del governo Draghi, il quale si limita a fare l’esecutore testamentario di realtà defunte da tempo e mantenute in uno stato di vita apparente solo dall’essere attaccate al grande respiratore dei fondi pubblici. Né tanto meno di KKR, la quale fa il mestiere nel quale è più brava, razionalizzare entità finanziariamente poco efficienti.

Il male viene invece da lontano, dal non essere stati capaci di riconoscere per tempo, e peggio ancora, di non aver preso atto, che a partire dagli anni Novanta l’Italia non è più un paese strategico nell’ambito degli equilibri tra atlantismo e blocco eurasiatico. La linea di frizione tra i due grandi cluster geopolitici si è riposizionata ad oriente, verso i paesi dell’ex Patto di Varsavia, e di conseguenza i finanziamenti dei due contendenti si sono spostati altrove.

Una classe politica più preparata o accorta avrebbe portato il fuoco della propria attenzione sulle decisioni che si prendono a Bruxelles ed avrebbe cercato di creare nel Mediterraneo un’area di influenza culturale e commerciale che continuasse a giustificare una centralità italiana nel più vasto scacchiere internazionale.

L’Europa è stata invece considerata – per assoluta incultura e provincialismo – come un posto dove mandare i politici trombati a livello nazionale, in attesa di trovare loro una più conveniente sistemazione. Fatte salve poche eccezioni, e fino a tragicomici e recenti esempi, si è sempre trattato di individui assolutamente impreparati perfino nelle capacità linguistiche, figurarsi rispetto al difficile compito di costruire e mantenere nel tempo un vantaggio competitivo e un ruolo da leader europei. E stendiamo una coperta pietosa sulla capacità di mantenere almeno con i paesi più tradizionalmente contigui nella sponda mediterranea, un rapporto privilegiato.

Si è pensato di poter continuare a spendere come prima, di mantenere le posizioni di prima, le sinecure di prima, senza assicurarsi che fossero supportate da un’economia adeguata. L’iniziativa economica è soffocata, gli imprenditori indotti ad andarsene, le startup uccise in culla da disposizioni come la recente vergognosa alzata di scudi della medievale corporazione dei notai rispetto alla costituzione online delle aziende.

Il risultato di tutto ciò è uno Stato sempre più affamato di risorse per sostenere vizi privati e pubbliche impunità, di imprese che non investono o delocalizzano, e di giovani in fuga o che – addomesticati dall’illusione del reddito di cittadinanza – si arruolano nelle schiere dei NEET. Nel frattempo, svendiamo i gioielli di famiglia, non volendo rinunciare al palazzo avito, all’apparenza, al nome.

Una parabola tragicomica, come quella della verghiana famiglia Trao. Ninì Rubiera è già nel nostro letto, e non ci resterà forse neanche un Mastro-Don Gesualdo cui ricorrere per un vergognoso matrimonio riparatore. 

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