RISORSE UMANE

Storie di caporalato digitale: preludio

Il fallimento della trasformazione digitale e delle "nuove professioni"

Millennials e oltre: ecco le generazioni sempre più spesso dimenticate negli orizzonti digitali del Belpaese. Nonostante le molte promesse costruite attraverso i più variegati teatri di buone intenzioni, sempre più giovani o diversamente tali (dal momento che si parla dei nati dal 1981 in poi) addirittura sono in fuga dal settore IT. Sembra una cronaca di sogni infranti e speranze deluse, nonostante le tantissime narrazioni entusiaste di politici o grandi imprenditori che accusano di esser choosy coloro che non si contentano – ad esempio – delle famose soluzioni di co-living mentre rimbalzano di stage in stage o di peculiari rapporti di lavoro come “dipendenti a partita IVA”. Insomma: nell’età in cui i propri genitori già approntavano famiglia, molti si trovano a dover condividere un appartamento con altri per affrontare i più elementari bisogni di vita dal momento che il lavoro non provvede a fornire né un presente sostenibile né tantomeno un futuro certo.

Citati talvolta come temi di una campagna elettorale, oramai nella pratica si rassegnano ad essere dimenticati e silenziosi precari. Chi ha potuto si è portato al di fuori da un sistema tossico. Chi non può, si trova ad affrontare un dilemma: o accettare di essere ingranaggio di un sistema che tutt’altro è che meritocratico, e che per i servigi resi a qualche “potente della terra” offre un tozzo di pane o un osso già per gran parte spolpato; o altrimenti restare e resistere a narrazioni ipocrite, consapevole di non essere altro che un sassolino in una scarpa e sperando di scoprirsi un granello di sabbia all’interno di un’ostrica e diventare così una perla. Le probabilità di (ri)uscita, ad ogni modo, sono piuttosto esigue e non occorre certo alcuna particolare competenza statistica per computarle.

All’interno di LinkedIn prosperano motivatori e guru che incitano ad un cambiamento che – nei fatti – altro non è che un vero e proprio abbaglio. Trova ampia diffusione alla pari di una pianta infestante un atteggiamento boomer pregno di quel paternalismo ipocrita e assolutamente non richiesto che riempie salotti televisivi, ambienti social e ingessa i dialoghi in veri e propri monologhi ricorrenti e apodittici: “Non si vuole più fare la gavetta”, “I giovani sono choosy”“Bisogna sapersi accontentare”, et alia.

La trasformazione digitale e le cosiddette “nuove professioni” continuano a percorrere schemi fin troppo noti nella più gattopardiana delle consuetudini che ben vuole preservare baronie, feudi e legioni di yesman. Con buona pace di evoluzione, competitività e innovazione intrappolate nella forma e sterili nella sostanza.

E dunque, cosa fare? Di certo, narrare le storie di quei diffusi caporalati digitali che molti subiscono e hanno subito può (nella migliore ipotesi) essere uno stimolo o (molto più realisticamente) rendere uno specchio di una società che è tutt’ora incapace di realizzare che il re è nudo

O almeno: vale la pena tentare.

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