RISERVATEZZA DEI DATI

Ecco le domande più gettonate ai colloqui di lavoro. Spoiler: sono tutte illecite

La violazione riguarda la privacy e lo Statuto dei Lavoratori

Le domande illecite più gettonate all’interno dei colloqui di lavoro? Riguardano l’intenzione di avere una famiglia, la sussistenza o meno di una relazione in corso, il lavoro del proprio partner, o altrimenti la situazione abitativa. Certo, può sorprendere solo chi non ha avuto modo di affrontare colloqui negli ultimi anni, ma più che nel campo del grottesco ci troviamo in quello della più sfrontata illegalità. Una selezione spietata, in spregio alla dignità individuale, per ridurre al minimo non le informazioni raccolte bensì un RAL offerto che è ben lungi dall’essere anticipato (anche come range indicativo) ai candidati.

La frequenza con cui tali domande si presentano è tale da rilevare un segnale allarmante di schemi ricorrenti e applicati sulla larga scala dei candidati che si approcciano ai processi di selezione. Si può supporre senza troppa possibilità di errore che esistano di conseguenza delle istruzioni più o meno formalizzate attraverso dei moduli da riempire che violano non solamente lo Statuto dei lavoratori ma producono di fatto una raccolta illecita di dati personali. 

Nella parte di violazione delle norme di diritto del lavoro, emerge quella dell’art. 8 del citato Statuto per cui vige un divieto di indagini sulle opinioni per cui “ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.”. Nella parte di violazione della normativa in materia di protezione dei dati personali, rilevano tanto la raccolta in difetto di una base giuridica valida e anzi: in violazione di un espresso divieto di legge.

L’ambito di estensione del problema è ben oltre quelle esigenze di tutela da algoritmo di cui ora si parla diffusamente, speso dimenticando che i presupposti sono culturali e l’automazione traduce e accelera distorsioni già presenti su cui mai c’è stato un intervento effettivo. Non solo: gli strati di popolazioni coinvolti non solo solamente quanti sono di fatto condannati ad essere più che nomadi oramai dei dimenticati digitali, ma pressoché tutti coloro che hanno l’intento di partecipare ad una selezione e che saranno di fatto ingiustamente discriminati. 

Lo strumento della segnalazione al Garante Privacy da parte dei candidati è idoneo a creare quelle esternalità negative che scoraggiano queste pratiche illecite, ma il problema è soprattutto culturale. Una cultura che , allo stato dei fatti, è ben lungi dal considerare tecnologie, processi e raccolte di dati personali come al servizio dell’uomo. Infatti, quanto a lungo sarà ancora sostenibile l’assordante – e spesso omertoso – silenzio istituzionale, delle aziende e dai professionisti del recruiting?

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