SICUREZZA DIGITALE

La banda del ransomware “Conti” chiede scusa alla Casa Reale araba

Il “mea culpa” dei criminali per aver “toccato” i dati degli emiri del Golfo

Si è avuto modo di riconoscere che la nobiltà mediorientale – eufemisticamente – manca di “sense of humor”.

I Principi di laggiù, mentre discorrono simpaticamente con qualche politico italiano che si offre a conversare pubblicamente con loro in eventi di promozione del regime in cui si enfatizza la loro bravura, sembra non apprezzino chi muove critiche nei loro confronti o ne combini “qualcuna” che a loro non piace. La storia del giornalista Jamal Kashoggi fatto a pezzi nella sede diplomatica araba in Turchia testimonia una certa difficoltà a contenere le reazioni di stizza conseguenti il loro adirarsi. E anche i criminali informatici lo hanno capito.

Qualche giorno fa, nella seconda metà di Ottobre, la cricca del micidiale ransomware “Conti” ha colpito – tra le tante vittime – i sistemi informatici di una nota gioielleria situata in Gran Bretagna e contraddistinta dal marchio “Graff” che va di gran moda tra i super-ricchi.

Dopo il misfatto, il ravvedimento operoso. Ora i banditi, attraverso Internet, hanno pensato bene di far pubbliche scuse cercando di esprimere il loro rammarico per aver avuto accesso a certe informazioni e aver scoperto nel dettaglio compere e “regalini” che le rispettive Sue Maestà avevano fatto fino a quel momento. I dati – certamente non pubblici e tanto meno destinati ad esser resi noti a chicchessia – riguardano ben 11mila Paperon de Paperoni molti dei quali di stanza nel Golfo arabo.

Il bottino di questa insolita rapina in gioielleria è stato di circa 69mila documenti estratti dalla malcustodita cassaforte informatica e la notizia era subito rimbalzata sul quotidiano britannico “The Mail”.

Dopo aver capito con chi hanno a che fare e aver immaginato di essere fatti a cubetti in una sorta di truculento ragù, i delinquenti della “Conti gang” hanno tenuto a comunicare all’universo intero che non hanno alcuna intenzione di spifferare in giro quel che ormai hanno visto e tanto meno di vendere o barattare quelle informazioni su Internet o nel deep web.

Estremamente diligenti, certo più delle innumerevoli vittime che continuano a mietere online, i furfanti in questione hanno assicurato di voler implementare rigide procedure di revisione e controllo dei dati per ogni prossima incursione malandrina. Sarebbe bello che la stessa energia la riversassero anche i malcapitati che ogni giorno incrementano il già stratosferico palmares di questa terribile “combriccola”.

Accortisi di averla fatta davvero grossa, i “birbaccioni” hanno deciso di porgere le loro più deferenti scuse alla nobiltà dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar.

Nel commovente e comico testo (che porta alla memoria le implorazioni di Giandomenico Fracchia, immortale personaggio di Paolo Villaggio) si legge “la nostra squadra chiede umilmente scusa a Sua Altezza Reale il principe Mohammed  bin Salman (quello un po’ permaloso, ndr) e agli altri membri della Famiglia Reale i cui nomi sono stati menzionati nell’annuncio dell’azione svolta”.

La gang ha tenuto a precisare che non ha alcuna intenzione di chiedere riscatto di sorta o altra somma di denaro a qualsivoglia titolo, nè di diffondere alcunché (fatta eccezione per quei piccoli esempi dimostrativi che incautamente sono finiti in Rete).

Ma cosa succede dei dati che la banda in questione preleva e danneggia a soggetti meno barbari e cruenti? Il rischio è di vederli sbandierati sul web o nelle sue profondità…

Chi non vuole adottare le doverose difese ed eseguire (ad esempio) backup plurimi e regolari, può sempre inscenare un passaggio di Kill Bill e affettare un giovane smanettane informatico fino a tramutarlo in una tartare. Forse la Banda del ransomware Conti potrebbe cambiare atteggiamento e magari – temendo il peggio – rendersi disponibile a rimettere tutto in ordine…

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