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Il miglio verde

Riflessioni sulla giustizia dopo l'esecuzione di John Grant, condannato alla pena di morte in Oklahoma

Una delle frasi del mio maestro che mi colpì di più durante la mia pratica legale è stata quella pronunciata nei confronti di un suo assistito appena condannato, in primo grado, all’ergastolo.

“Si consoli considerato che in Italia non c’è la pena di morte”. L’imputato rimase inizialmente assai perplesso, ed a me, così a disagio, quella frase risultò cinica ed indelicata. Poi il cliente sembrò ripensarci su ed in quegli attimi terribili diede la senzazione di aver recepito uno o più messaggi da quella “battutaccia”. Del resto dopo l’impatto iniziale il mio maestro tentò di tranquillizzarlo con tutta l’umanità di cui disponeva, ricordandogli per esempio che dopo la sentenza avremo provveduto a redarre degli ottimi motivi d’appello (perché in Italia, fortunatamente, c’è anche la possibilità di un ulteriore grado di giudizio).

Perché scrivo questo; leggendo un articolo ho appreso di recente dell’esecuzione di un condannato a morte negli Stati Uniti.
“Il 28 ottobre in Oklahoma John Grant è andato incontro alla morte tra vomito e convulsioni”. Le iniezioni letali, “conquista di civiltà”, perché considerato il metodo più umano per l’applicazione della pena di morte, hanno provocato a Grant quindici, interminabili minuti di agonia con ripetute convulsioni, una “dolce” terribile fine davanti ad una platea di increduli spettatori fra i quali i congiunti dello stesso.

Ed allora il “Si rallegri che in Italia non è prevista la pena di morte” può pure suonare come la speranza, soprattutto con una giustizia così fallace, sia l’ultima a morire. Ed in questa sede, gentili spettatori, poco importa come finì l’appello di quell’imputato.

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