AI & ROBOTICA

Arti prostetici biorealistici?

Arriverebbe dalla start up americana Clone Incorporated uno straordinario progresso nel campo delle protesi che sostituiscono arti umani

Il sogno di poter sostituire a volontà arti perduti in incidenti o deteriorati a causa di patologie è un sogno antico dell’uomo e della medicina. La moderna tecnologia ci mette in condizioni di raggiungere risultati sempre più vicini al vero.

La scienza prostetica ha attraversato nel corso dei secoli diversi momenti di sviluppo, commisurati al livello di tecnologia disponibile al tempo. Il nostro immaginario infantile e collettivo è pieno di immagini di pirati con la benda sull’occhio, una gamba di legno ed una mano sostituita dall’immancabile uncino. I personaggi come il capitano Achab di Moby Dick, con una gamba sostituita da un arto ricavato da una mandibola di balena, il cui picchiare sul ponte teneva svegli di notte i marinai, soffrivano ovviamente della limitata abilità degli artigiani del tempo nel costruire qualcosa che andasse anche di poco oltre la mera funzionalità.

E lo scorrere dei secoli non ha migliorato di molto la situazione, basta pensare alla miriade di mutilati delle due guerre mondiali, i quali hanno continuato ad utilizzare gli arti sostitutivi che sostenevano i propri antenati. Le protesi erano fatte magari di materiali più nobili rispetto al legno, e presentavano una qualche forma di articolazione mobile, ma richiedevano comunque per funzionare l’ausilio di un bastone, come nel caso dell’iconico tenente Dan di Forrest Gump.

Un primo balzo tecnologico si è avuto con lo sviluppo dell’elettromeccanica, la cui progressiva sofisticazione ha consentito di dotare le protesi di servomotori, che a seconda del bilanciamento del carico sull’arto interessato, sono in grado di fornire un’adeguata controspinta che serva all’utente per mantenere l’equilibrio.

Va inoltre detto che anche le protesi elettromeccaniche sono comunque degli strumenti che l’utente deve imparare ad utilizzare, e che solo recentemente si osservano i primi esempi di controllabilità delle stesse attraverso impulsi elettrici neurali.

Pur costituendo un evidente progresso rispetto alle protesi rigide o alle semplici protesi articolate, le protesi elettromeccaniche soffrono infine dell’essere, comunque, degli apparati evidentemente artificiali, che non consentono agli utilizzatori di passare inosservati in contesti sociali. Questo aspetto ovviamente delle evidenti ricadute negative sull’autopercezione di questi ultimi, e costituiscono in ogni caso uno stigma sociale che li fa riconoscere come individui affetti da una menomazione.

Uno straordinario progresso in questo senso verrebbe dalla startup americana Clone Incorporated – precedentemente nota come Automaton Robotics.

In un filmato comparso su YouTube si vede un braccio artificiale, di apparenza assolutamente biorealistica, nell’atto di sollevare un piccolo bilanciere e compiere tutta una serie di movimenti naturali. Secondo quanto presentato, il sistema avrebbe una base idraulica, che consente al braccio di muoversi in maniera fluida, e soprattutto di avere un aspetto che, con un’adeguata coloritura delle superfici, sarebbe praticamente indistinguibile da quello di un braccio vero. La startup avrebbe in cantiere anche altri progetti dello stesso tenore, e molto più ambiziosi: da protesi sostitutive della spina dorsale, alla costruzione di un intero scheletro.

Il condizionale di cui sopra è d’obbligo, perché il progetto compare attualmente su Patreon – una piattaforma di crowdfunding dedicata ai creators – ed una ricerca tesa a individuare un sito web aziendale non ha dato alcun risultato.In ogni caso, che sia una reale startup tecnologica oppure una ben congegnata installazione artistica, Automaton Robotics ha il pregio di indicare la direzione verso la quale devono muoversi i realizzatori di arti prostetici: non concentrarsi unicamente sulla funzionalità, ma lavorare sull’esperienza utente, aspetto cardinale per il miglioramento della qualità di vita dei pazienti.

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