SPECIALE CORONAVIRUS

Chi ha paura del vaccino?

L’obiezione alla somministrazione ha origini diversificate, non solo nell’antagonismo tout-court.

La categoria “no-vax”, così etichettata a volte in fretta e furia per esigenze di sintesi giornalistica e di titolo, rappresenta, a ben guardare, uno spaccato di società piuttosto variegato, motivato e – a volte – anche ben argomentato.

Chi siano i no-vax (e utilizzeremo nell’articolo questa locuzione ormai comune solo per brevità) costituisce una bella domanda. Escludendo da tutti i ragionamenti gli “esentati” a vario titolo (che riteniamo pienamente giustificati), possiamo operare la prima suddivisione tra “Non sono vaccinato, ma ho intenzione di farlo” e “Non sono vaccinato e non intendo farlo”.

Già sistematizzare queste due categorie non è semplicissimo, soprattutto dopo l’introduzione del dibattutissimo Decreto green pass, grazie al quale è innegabile la pulsione di una moral suasion nei confronti dei lavoratori; alcuni l’hanno definito un “obbligo mascherato”, altri si sono spinti oltre evocando tessere, tesserine e distintivi, forse andando un po’ oltre a mio personale avviso. Va da sé che il rispetto comunque delle opinioni altrui va garantito, soprattutto se tali opinioni sono espresse civilmente e con solide o plausibili argomentazioni.

Tornando alla prima suddivisione, i rappresentanti del partito “ho intenzione di farlo” sono quindi mossi o dall’uscita dall’indecisione per ragionamento, ovvero dalla necessità di gestire il quotidiano senza infiniti appuntamenti in farmacia per i tamponi periodici. Suddividiamo a loro volta questi ultimi tra chi si è stufato delle code in farmacia e chi ha (ri)valutato le proprie capacità economiche (diciamo almeno 3 tamponi a settimana per 4 settimane per 15€ fanno 180€/mese per ogni membro della famiglia se tutti obiettori: non è proprio una bazzecola).

Sin qui tutto abbastanza liscio; addentriamoci ora nella categoria più interessante, quelli che “non ho intenzione di farlo”.

L’Università del Lussemburgo ha pubblicato alcuni studi di ricerca sui “riluttanti”, nei quali, assemblando interviste tra Francia, Germania e Lussemburgo, ha generato gli spaccati statistici basati anche su elementi sociali e psicologici fino a giugno 2021.

Partendo dagli elementi etnografici, è stata osservata una maggiore riluttanza tra le donne rispetto agli uomini, e (dato piuttosto interessante), gli obiettori si concentrano tra i più giovani (fascia 18/24 anni) rispetto alle classi più anziane. In dettaglio, in Francia la fascia 18/24 rappresenta oltre il 50% dei riluttanti.

Questo primo indicatore può far supporre che l’efficacia comunicativa delle istituzioni non sembra aver centrato perfettamente il messaggio verso la popolazione più giovane, forse (anzi, con tutta probabilità) anche a causa del differente approccio ai media ed ai canali di comunicazione seguiti e maggiormente considerati dai giovani.

Altro parametro interessante è la correlazione riguardo al livello di istruzione, che sembra non avere influenza sulle decisioni di sottoporsi al trattamento vaccinale: le tra classi statistiche di istruzione (bassa, media e superiore) si stendono tutte su livelli comparabili tra loro, comunque con differenze non significative.

Il parametro socioeconomico forse più significativo è quello dello status di impiego: altissima riluttanza tra i non lavoratori, medio-alta tra gli studenti, significativa tra i lavoratori e molto bassa tra i pensionati. Anche in questo ritaglio statistico, è la Francia quella che registra i maggiori dislivelli tra i valori.

Di pari passo il parametro reddituale sembra particolarmente influente sulle decisioni e con andamenti piuttosto differenti tra le tre nazioni in esame. Infatti, mentre in Lussemburgo si osserva un andamento regolare ed inversamente proporzionale alla fascia di reddito, per la Germania fa registrare una curva decrescente, ma con un curioso picco nella fascia dei “benestanti” tra i 6.000 e gli 8.000 €/mese. Per la Francia, a questo punto Paese degli eccessi, la curva è una parabola con vertice proprio nella medesima fascia ed altissima frequenza statistica verso i valori di reddito inferiori ai 1.250€/mese.

Lo studio ha analizzato anche alcuni indicatori psicologici (stati ansiosi o depressivi), che però sembrano non significativamente determinanti nella distribuzione statistica.

Da ultimo, lo schieramento politico (suddiviso in sinistra-centro-destra, ovviamente con accezione “europea” delle definizioni) fa registrare un leggero sbilanciamento verso gli intervistati che si proclamano “di destra”, maggiormente schierati contro la terapia.

Due sociologi dell’Università di Cagliari (Marco Zurru ed Ester Cois) hanno approfondito lo studio con osservazioni e riscontri basati sul campione della realtà della Sardegna, nella quale, ad oggi, su 1.484.800 vaccinabili (oltre i 12 anni), risultano 1.245.650 persone che hanno ricevuto almeno una dose (e l’1% circa ha già ricevuto anche la terza, i cosiddetti boosters). Resta quindi un campione di oltre 239.000 persone non ancora vaccinate, con particolare incidenza (oltre il 20%) nelle fasce 30/40 e 40/50 anni (la fascia 12/19 risente del bias dell’apertura posticipata agli ultra-sedicenni).

I due accademici hanno provato a rapportare le numerosità statistiche dello studio nordeuropeo con le peculiarità nostrane, evidenziando il parallelismo tra l’obiezione alla terapia vaccinale e la disaffezione al voto: secondo Marco Zurru, il motore di questo rifiuto è la mancanza di fiducia verso lo Stato e le istituzioni, che spinge questa classa di popolazione quasi “lontano” degli altri, alla ricerca di focolari sociali che ritrovano in gruppi a volte troppo spesso alimentati dalla fiamma delle fake news o delle medicine alternative.

Si tratta dei soggetti che “durante il periodo più buio della pandemia sostanzialmente hanno sofferto molto di privazioni, ad esempio hanno perso il posto di lavoro, oppure non hanno avuto i ristori promessi, anche individui già fragili, che di fronte a una situazione non conosciuta così enorme come quella che abbiamo vissuto, hanno provato più angoscia e risentimento, per loro tutto è stato più accentuato. E il fatto di stare in una società globalizzata, con strumenti di accesso alle informazioni come quelli che dà la Rete, apre una porta a vie disparate per costruirsi una particolare prospettiva” afferma Zurru.

Ester Cois ha invece rimarcato come una situazione in cui una situazione di emergenza e sostanzialmente nuova (quindi foriera di indecisione comportamentale) non è stata supportata da una comunicazione netta, decisa e chiara da parte dell’Istituzione, generando un conflitto sociale derivante dalle zone di grigio e dal continuo mutare delle indicazioni e delle disposizioni, rincarato anche dall’eco dei media a volte un po’ troppo incontrollati. A ciò si assomma il “popolo dei virologi” del multimedia, ed ecco che i messaggi rassicuranti sono immediatamente sovrastati del rumore del web, talmente forte da annullare la più complessa metodologia di lettura e ponderazione degli studi professionali ed accademici degni di tale qualifica.

Luca Pisano, psicologo e psicoterapeuta di grande esperienza anche in ambienti complessi come le realtà della giustizia minorile e membro dell’Osservatorio sul Cybercrime di Cagliari, con lo sguardo del professionista dall’inconscio e del comportamento, ha osservato che la rigidità quasi dogmatica (e, oggettivamente, a volte non troppo coerente nel tempo) con la quale le istituzioni hanno fatto comunicazione ed hanno “imposto la Scienza”, ha generato il relativo contraltare dogmatico dei no vax “duri e puri”, quelli “per principio”, che giungono perfino a negare la scienza stessa. Il meccanismo comunicativo “sparso” affidato a personalità di spicco del mondo scientifico (ma a volte non particolarmente efficaci nella comunicazione verso le masse, al di fuori dell’ambito accademico o professionale), ha portato – quasi per reazione – al proliferare di sottoculture comunicative con i mezzi a disposizione del comune cittadino: youtubersstreamers, sedicenti “esperti” hanno iniziato il proselitismo mediatico che approfitta della ridotta capacità critica e di pensiero delle masse infervorate.

Per carità, come sempre mai fare di ogni erba un fascio. Però sembra opportuno darsi una battuta di arresto, e soffermarsi un po’ di più sui contenuti e non solo sui titoli acchiappa-click. 

Come quello di questo articolo.

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