TECNOLOGIE & SALUTE

Una startup rivoluzionaria nella ricerca biomedica

La genovese React4Life ha vinto il prestigioso premio Innovation Radar della Comunità Europea nella categoria Health Tech. Un riconoscimento che è l’ultimo di una lunga serie, e che va a valorizzare il lavoro di quella che ad oggi è probabilmente una delle più promettenti startup italiane in campo biomedico. Abbiamo intervistato il CEO Maurizio Aiello, formatosi alla prestigiosa Scuola Militare Nunziatella di Napoli, per poi conseguire la laurea in Fisica e quindi passare attraverso una serie di esperienze di rilievo, tra cui quella di ricercatore per venti anni presso il CNR.

Che cos’è e cosa fa React4Life?

L’azienda nasce con un obiettivo preciso: quello di portare nelle scienze biologiche alcune metodiche in uso in altre scienze esatte ed aree tecnologiche. La nostra visione è quella di aprire un dialogo tra il mondo del biotech e quello della tecnologia per sviluppare metodiche e strumenti semplici ed immediatamente utilizzabili. In particolare, ci muoviamo nell’area delle tecnologie Lab-on-a-chip, vale a dire di strumenti che consentono di effettuare con lo stesso grado di affidabilità i comuni test di farmacodinamica e tossicità attualmente svolti su modello animale.

Quali sono i vantaggi di questa tecnologia?

Ci sono notevoli vantaggi sia da un punto di vista industriale, che bioetico. I nostri sistemi consentono di abbattere i tempi di esecuzione dei vari test del 75%, con un risparmio immediato e notevole sui costi diretti degli stessi. Inoltre, consentiamo l’eliminazione dei costi di reperimento, mantenimento e gestione degli animali che vengono attualmente utilizzati negli esperimenti. Questo sarebbe già sufficiente da un punto di vista meramente industriale. Ma un motivo di ulteriore orgoglio è per noi l’evitare che debbano essere sacrificati degli esseri viventi che ad oggi costituiscono l’unica alternativa per certe fasi di ricerca e sviluppo in campo farmacologico. Questo aspetto connota la nostra azienda come trasformativa anche dal punto di vista bioetico.

Come è strutturata la startup e che impatto ha avuto la pandemia sul vostro business?

In questo momento una ventina di persone, considerando i collaboratori esterni, attivi sul progetto. Tutti professionisti altamente specializzati nei propri campi di attività, spesso con esperienze di lavoro e di ricerca all’estero. La struttura è ovviamente molto agile e veloce, e ha cicli molto rapidi, dal progetto alla commercializzazione, così come qualunque startup. Nel nostro caso, la pandemia non è stata un ostacolo al business. Non avendo la possibilità di viaggiare, ci siamo mossi contattando a freddo tutta una serie di clienti potenziali a cui abbiamo presentato il nostro prodotto, e ci siamo ritrovati con una cinquantina di clienti sparsi nel mondo. Questo secondo me è un aspetto fondamentale da tener presente per qualunque startup: avere qualcosa di concreto da offrire. Non bisogna pensare alla startup come la presentazione agli investitori di un’idea magari aspirazionale, ma preoccuparsi di avere qualcosa di concreto, che risolve problemi reali.

Qual è stato il vostro percorso come startup?

Come detto, ci siamo principalmente concentrati sui bisogni dei nostri utenti finali e sullo sviluppo del prodotto. Nella nostra esperienza, spesso vengono sviluppate delle soluzioni tecnologiche che funzionano dal punto di vista dell’ingegnere che le ha progettate, ma che poi gli utenti trovano difficili o impossibili da usare. Questo avviene perché non ci si è preoccupati prima di capire quali fossero i bisogni e le modalità d’uso, per poi avviare la fase di progettazione a partire da una blueprint ben definita. Di solito allo sviluppo di una tecnologia segue la ricerca di campi di applicazione in cui usarla. Il nostro approccio è esattamente l’opposto, prima capiamo i problemi e poi progettiamo in maniera specifica le soluzioni.

Quali sono le vostre fonti di finanziamento?

Per quanto riguarda le fonti di finanziamento, ci siamo principalmente affidati a quanto potevamo mettere in campo tra i fondatori come risorse personali, e poi abbiamo vinto diversi bandi per l’innovazione della Comunità Europea fino a questo ultimo. Siamo inoltre entrati in percorsi di accelerazione sia in Svizzera, che negli Stati Uniti. Dopo la vittoria dell’ultimo award, siamo stati contattati da tutta una serie di investitori specializzati, sempre però di altri paesi.

Qual è la vostra prospettiva a dieci anni?

Siamo convinti che questa tecnologia stia sul punto di esplodere a livello globale, e noi siamo posizionati proprio sulla cresta di quest’onda di innovazione. Abbiamo intrapreso la creazione di una rete di distributori a livello sia nazionale, che internazionale, e crediamo fortemente che il prossimo anno sarà quello della crescita verticale. Il nostro obiettivo è quello di diventare a dieci anni un’azienda multinazionale che abbia la capacità di innovare il settore con logica disruptive. I test su modello animale sono utilizzati nell’industria farmaceutica, biotech, nutraceutica, alimentare, e noi ci proponiamo di sostituirne il più possibile. Abbiamo anche molti altri progetti in cantiere, ma dovremo riparlarne più avanti. Stare concentrati su un obiettivo alla volta e rimanere concreti è fondamentale per riuscire.

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