RISERVATEZZA DEI DATI

Terremoto privacy: cosa cambia con il Decreto Capienze?

L’introduzione della norma impatta sulla tutela dei diritti e la libertà dei cittadini. Ma si tratta davvero di un inciampo o è arrivato il momento di constare oggettivamente l’assoluta mancanza di una vera “cultura della privacy” nel nostro Paese?

Il “decreto capienze”, ovverosia il d.l. 8 ottobre 2021, n. 139, ha portato alle cronache una fitta discussione e soprattutto critiche da parte di esperti e professionisti coinvolti nella protezione dei dati personali per le modifiche apportate mediante l’art. 9 al Codice Privacy, nonché l’abrogazione del comma 3 dell’art. 22 d.lgs. 101/2018 e l’assegnazione di un termine breve (30 giorni) al Garante Privacy per rilasciare un parere su riforme, misure e progetti rientranti in piani strategici di rilevanza nazionale superato il quale si prende atto di una sorte di silenzio assenso.

Ai quattro angoli dei media e dei social, si è sommariamente accusato il Governo di aver voluto “abolire la privacy per decreto”. Per dovere di cronaca si riporta anche la posizione prudenziale di alcuni esperti – che i malpensanti potrebbero ben qualificare come cerchiobottisti di consumata esperienza – che hanno evitato di porre alcuna enfasi sull’effetto disruptive della disposizione introdotta tramite lo strumento emergenziale del decreto e preferito parlar d’altro.

Ebbene: che si voglia o meno, l’impatto c’è e forse potrebbe far ritenere alcuni trattamenti svolti dalla Pubblica Amministrazione in contrasto con la normativa europea qualora non si vadano a precisare finalità esplicite e determinate dal momento che la legittimità ora sia “presunta” per effetto dello svolgimento di compiti di interesse pubblico. Ma è stata la norma a stravolgere un panorama in equilibrio o forse è figlia di un sentiment diffuso da quei negazionisti della privacy che tanto hanno voluto sminuire la protezione dei dati personali ad un ostacolo burocratico fino a richiamarne una – si spera, temporanea – abolizione?

Insomma: assistiamo ad un fallimento o è solo un inciampo? Quale che sia la risposta, la cultura della privacy molto probabilmente non ha avuto ancora modo di permeare nel quotidiano diffuso dei cittadini, motivo per cui non c’è stata una reazione così significativa. Certo, lo stato d’emergenza ha abituato a continue compressioni di diritti individuali e collettivi, pertanto c’è una tale combinazione di fattori da aver probabilmente generato una tempesta (rectius: una bonaccia culturale) perfetta.

Avendo contezza di tali evidenze, come si può uscire da questa sorte di impasse? Difficile a dirsi. Dopotutto l’attività di divulgazione non si è rivelata sufficiente, così come gli interventi di un’Authority, quale può fare ben poco di fronte alla vox populi o dei rappresentanti nelle sedi istituzionali. Coinvolgere e sensibilizzare la politica potrebbe essere un modo, ma le tematiche andrebbero poste su tavoli di lavoro per delineare strategie future soprattutto verso orizzonti digitali. Problema: molti di questi tavoli sono spesso affollati da figure ingombranti, autoreferenziali e con intenti gattopardiani. E così, i possibili motori di nuove idee fuggono o vengono dimenticati.

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