SICUREZZA DIGITALE

Standard di comunità: filtro o censura?

Cosa significa assegnare una responsabilità sui contenuti degli utenti ai gestori di social network?

Il tema del filtro dei contenuti da parte dei soggetti cc.dd. OTT, ovverosia coloro che erogano servizi over-the-top come le piattaforme, è uno dei tanti che si pone sul tavolo della democrazia digitale, ma che spesso viene esaurito in delle dichiarazioni di principi che, per quanto fancy e oramai al confine del 5.0, sono e saranno destinati a rimanere all’interno della bolla ideale dei proclami e degli intenti. 

Assegnare una responsabilità sui contenuti degli utenti ai gestori di social network significa di fatto dover garantire agli stessi l’esercizio di un potere di controllo. E qui la parola gioca un ruolo significativo: se filtro attrae un’idea positiva di pulizia, controllo richiama scenari decisamente meno confortevoli. Anzi, ha il retrogusto amaro della censura o dell’incanalamento del pensiero per assecondare determinati standard.

Per comprendere la portata del problema, racconto un’esperienza di cui ho avuto recente conoscenza.

Viene pubblicata una vignetta umoristica con la foto di Hitler e un ufficiale. L’ufficiale dice “Mein fuhrer”, Hitler lo corregge con “Si dice Führer”, gli viene chiesto “Come fa a leggere quel che dico?” e la risposta è “Mangio molte carote”. E così, il profilo viene sospeso per alcuni giorni e poi limitato nelle funzionalità. Alla richiesta di riesame, viene confermata la violazione e dunque che il contenuto “viola gli Standard della community di Facebook”.

Chiariamoci: la vignetta può non piacere, ma vorrei capire in che modo possa aver violato gli standard della comunità di Facebook. E soprattutto, vorrei comprender che ruolo possa avere un riesame con un controllo umano se tale controllo non fa altro che confermare sommariamente le decisioni di un algoritmo.

Si potrebbe contestare che “Facebook ha delle regole, e dunque vanno rispettate”. Corretto, ma fino a che punto Facebook può permettersi di introdurre delle regole arbitrarie, dal momento che è diventato – digitalmente parlando – un luogo pubblico di scambi? Siamo certi di voler rimettere il destino dei nostri contenuti online alle decisioni, ai filtri e al controllo dei gestori di una piattaforma? E soprattutto: siamo consapevoli degli impatti?

Insomma: Cambridge Analytica è stato un caso. Un altro è il recente scandalo relativo all’impatto di Instagram sui minorenni. È evidente che Facebook, e le piattaforme dei social network, hanno e avranno sempre un ruolo significativo nei confronti di una società immersa e permeata di digitalità.

Che il mondo non possa fare a meno dei giganti del social network, non è più una boutade da convegno ma un dato di fatto. Bene sarebbe iniziare a comprenderne il funzionamento, e smettere di inseguire la tecnologia ma progettare delle cornici normative che garantiscano uno sviluppo che sia effettivamente al servizio dell’uomo.

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