SICUREZZA DIGITALE

Il “mea culpa” di Facebook: la versione ufficiale del disastro

Imbranati, ma non vulnerabili

Il clamoroso crash ha imposto a Facebook di dare spiegazioni e di uscire allo scoperto, non foss’altro per evitare il diffondersi di libere interpretazioni di quanto è stato riconosciuto come il più clamoroso tonfo hi-tech degli ultimi anni.

I chiarimenti sono arrivati sul blog ufficiale che il colosso dedica alle questioni tecniche. A scrivere è Santosh Janardhan, il Vice President di Facebook che ha la responsabilità “Infrastructure” ovvero la direzione dell’architettura tecnologica agli ordini di Mark Zuckerberg.

E’ toccato a lui metterci la faccia e dichiarare che anche i primi della classe sbagliano, così come sarebbe avvenuto in questa circostanza. Il “sarebbe” è d’obbligo perché la dettagliata confessione di uno o più errori mette fuori gioco qualsiasi ipotesi di attacco (Facebook non manca certo di aggressioni, alcune delle quali hanno determinato ingenti sottrazioni di dati che la cronaca non ha mancato di raccontare e qualche Garante Privacy non ha esitato a sanzionare…), consolida l’immagine di invulnerabilità della piattaforma, rasserena gli utenti che temono per la riservatezza dei propri dati, prospetta un inatteso lato umano di una organizzazione da molti considerata spietata ma perfetta.

Prendiamo per buona (e in assenza di informazioni di prima mano non possiamo fare altrimenti) la versione di Janardhan e quindi l’ipotesi di chi – maldestro come Willy il coyote – si spara in un piede e si fa male da solo.

Va premesso che il sistema nervoso di Facebook è ovviamente di una complessità estrema e comprende potentissimi data center interconnessi da decine di migliaia di chilometri di fibra ottica che avvolgono l’intero pianeta: da una parte la struttura della piattaforma, dall’altra la “sala macchine” adoperata da chi lavora in azienda.

I dati – quelli degli iscritti al social e quelli dei dipendenti – si muovono da un apparato all’altro grazie ad un opportuno indirizzamento garantito da specifici server (DNS ed altri) e corrispondenti protocolli di comunicazione (ad esempio il BGP).

La manutenzione del sistema prevede l’esecuzione di azioni mirate a verificare l’efficienza, prevenire futuri guasti, ottimizzare i flussi. Nel corso di una queste operazioni di routine, qualcuno – come scrive testualmente il Vice President di Facebook – “ha involontariamente interrotto tutte le connessioni nella nostra rete backbone, disconnettendo di fatto i data center di Facebook a livello globale”.

Secondo Janardhan i sistemi in questione sono progettati per controllare l’esecuzione dei comandi e prevenire errori “ma un bug in quello strumento di controllo ha impedito di interrompere correttamente il comando. Questa modifica ha causato la completa disconnessione dei collegamenti tra i nostri data center e Internet. E quella perdita totale di connessione ha causato un secondo problema che ha peggiorato le cose”.

Chi ha visto l’indimenticabile “Hollywood Party” diretto nel 1968 da Blake Edwards, immagina il compianto Peter Sellers aggirarsi tra server e computer di una delle sedi di Facebook intento a fare i più impensati pasticci.

Siamo tutti curiosi di conoscere la sorte del protagonista di questo disastro, visto e considerato che il danno emergente a lui imputabile è stato quantificato da Bloomberg in 80 milioni di dollari per ogni ora di interruzione. Se la caverà con una trattenuta in busta paga, magari il quinto dello stipendio?

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