UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Reato o non reato, la trattativa Stato-mafia c’è stata

Il ribaltamento in secondo grado della decisione del Tribunale di Palermo ha richiamato l’attenzione anche dei più distratti e innescato discussioni e polemiche. La “tradizione” di Infosec News vuole che le naturali reazioni debbano trovare spazio. Le opinioni qualificate di chi certi scenari li conosce davvero devono arrivare alla gente prima che le emozioni si spengano. Il messaggio in bottiglia arriva dal dottor Franco Roberti, oggi europarlamentare, ma fino a qualche anno fa magistrato in prima linea e Procuratore Nazionale Antimafia dal 6 agosto 2013 al 16 novembre 2019. Roberti incarna la competenza e il coraggio e il suo aver disarticolato con arresti e condanne il “Clan dei Casalesi” dimostra che con il crimine organizzato si può non scendere a patti

La Corte di assise di appello di Palermo, ribaltando la sentenza di primo grado nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ha assolto gli ufficiali del Ros Mori, Subranni e De Donno “perché il fatto non costituisce reato” e Marcello Dell’Utri “per non aver commesso il fatto”.

In attesa delle motivazioni, le formule assolutorie  sono già eloquenti perché lasciano intendere che per i giudici di appello (ferma la ritenuta estraneità di Dell’Utri alle condotte contestate) una “trattativa” vi fu, in quel momento drammatico, ma non integrò – sotto il profilo del dolo, cioè della coscienza e volontà degli imputati di istigare i mafiosi ad atti violenti – il reato di cui all’art. 338 c.p. (violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario).

Insomma, l’interlocuzione con i mafiosi fu in quel contesto legittima, perché animata dall’esclusivo interesse dello Stato di prevenire altri attacchi mafiosi.

E’ la tesi sostenuta anche da alcuni autorevoli studiosi come Giovanni Fiandaca. Il primo grado aveva argomentato per la colpevolezza degli imputati, oggi la Corte di appello l’ha esclusa.

Si dovrebbero rispettare entrambi i giudizi, almeno in attesa della Cassazione, perché questo vorrebbe la logica del nostro processo penale, che si articola su tre gradi di giudizio. Invece si è già scatenata la canea referendaria.

Reato o non reato, “trattare” con Cosa nostra, cioè manifestare la disponibilità dello Stato ad assecondare le richieste dei mafiosi ed attenuare l’azione di contrasto pur di far cessare le violenze, fu un gravissimo errore politico, che costò probabilmente la vita  a Paolo Borsellino.

Quella di Borsellino ucciso perché considerato dai mafiosi ostacolo insormontabile alla trattativa già in corso, specie nel momento in cui veniva pubblicamente indicato per la successione a Falcone nella imminente nomina del procuratore nazionale antimafia, non è una mera congettura.

Mi pare, invece, un’ipotesi logica che serve a spiegare una strage che, dopo Capaci e l’avvio della trattativa, non sembra avere altre causali idonee a giustificarne l’urgenza e l’indifferibilità.

Penso, tuttavia, che un giudizio definitivo sulla trattativa e sulle sue conseguenze, un giudizio al quale i cittadini hanno diritto, potrà venire soltanto da una seria e onesta ricostruzione storica dei rapporti Stato-mafia, una ricostruzione fondata anche, ma non solo, sulle sentenze. Se mai la vedremo.

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