SPECIALE CORONAVIRUS

Rischio mortale: come la variante Delta impatta sull’efficacia dei vaccini?

Pubblicati dai CDC statunitensi i risultati di tre studi che gettano nuova luce su varianti, vaccini e pandemia

I vaccini contro il COVID-19 proteggono dalla variante ipertrasmissibile Delta, soprattutto se si considera la mortalità e i fenotipi severi, secondo tre nuovi studi pubblicati dai CDC di Atlanta venerdì scorso.

Tirando le somme, le persone che hanno ricevuto una vaccinazione completa hanno all’incirca cinque volte meno la probabilità di infettarsi con la variante Delta, rispetto ai non vaccinati. Inoltre, hanno ben dieci volte in meno il rischio di dover essere ospedalizzati e undici volte meno il rischio di morirne, secondo questi nuovi studi.

Queste notizie giungono all’alba della decisione dell’Amministrazione guidata dal presidente Biden di rendere obbligatorio il vaccino per tutti i dipendenti federali e di mettere più di 80 milioni di lavoratori statunitensi in una condizione simile al nostro green pass: o si vaccinano (gratuitamente, per altro) si devono sottoporre a test periodici.

In questo periodo in USA stiamo assistendo ad una delle ondate più imponenti di COVID dall’inizio della pandemia, con circa 150mila nuovi casi, 100mila ospedalizzazioni e più di 1500 morti al giorno, la maggior parte delle quali potrebbe essere evitata con la vaccinazione.

Dato il diventare prevalente della ben più contagiosa variante Delta, gli scienziati del CDC hanno voluto misurare se e quale fosse la variazione di efficacia dei vaccini, che sembra mantenersi più che sufficiente: da un lato l’efficacia dei vaccini in commercio è di certo calata con il farsi prevalente della variante, ma di contro questi prodotti offrono ancora una potente protezione dall’ospedalizzazione e dal decesso.

In uno dei tre studi pubblicati dagli scienziati americani, gli epidemiologi hanno analizzato i dati provenienti da più di 600.000 casi di COVID-19 in pazienti adulti da 13 differenti giurisdizioni USA, che erano stati campionati in due scaglioni: il primo nella fase pre-delta della pandemia (aprile-giugno), l’altro tra giugno e luglio, quando gli Stati Uniti erano già in piena fase post-delta. I ricercatori hanno quindi calcolato le probabilità aggiustate per l’età di essere infettati, di essere ospedalizzati o di morire, tra vaccinati e non vaccinati, nei due periodi in esame.

Per quanto riguarda il rischio di contagio, le persone completamente vaccinate nel periodo pre-Delta, rispetto ai non vaccinati, avevano l’11% in meno di rischio di essere contagiati (con un intervallo di confidenza del 95%, da 7.8 a 15.8). Questo rapporto si riduce ad un 4.6% nel periodo post-Delta (con un intervallo di confidenza del 95%, da 2.5 a 8.5).

Per le ospedalizzazioni, prima di Delta, le persone completamente vaccinate avevano un rischio di 13% inferiore ai non vaccinati (con un intervallo di confidenza del 95%, da 11.3 a 15.6). Con Delta invece scende a 10% (con un intervallo di confidenza del 95%, da 8.1 a 13.3).

Infine, le probabilità di morire di COVID-19 erano 16.6% inferiori per i vaccinati vs non vaccinati (con un intervallo di confidenza del 95%, da 13.5 a 20.4), in fase Delta sono scese a 11.3% (con un intervallo di confidenza del 95%, da 9.1 a 13.9).

Questi risultati, secondo gli Autori, sono consistenti con “un potenziale declino della protezione da parte del vaccino verso l’infezione da SARS-CoV-2, ed una protratta protezione efficace da parte del vaccino verso la COVID-19, le ospedalizzazioni e le morti correlate”.

Inoltre gli epidemiologi hanno ricalcolato l’efficacia dei vaccini in funzione della copertura della percentuale di popolazione coperta, secondo quest’elaborazione:

  • Protezione contro l’infezione da 91% a 78%
  • Protezione verso l’ospedalizzazione da 92% a 90%
  • Protezione dall’exitus da 94% a 91%

Il secondo studio pubblicato indaga le variazioni della protezione vaccinale nelle varie fasce d’età e riporta che il declino della protezione è proporzionale all’età, con gli ultrasettantacinquenni a patire di più la flessione della protezione.

In questo studio è stata analizzata una coorte di 33.000 adulti con COVID-19 provenienti da ospedali, pronto soccorso e centri per urgenze, pre e post Delta; nel post Delta l’efficacia vaccinale contro il rischio di ricovero ospedaliero era globalmente dell’86% circa. Nel lavoro, al momento in cui i pazienti sono stati stratificati per età, l’efficacia del vaccino contro l’ospedalizzazione andava dall’89% nella fascia 18-74, fermandosi al 76% negli over 75.

In un terzo studio dove sono stati arruolati poco più di un migliaio di pazienti, i ricercatori hanno confermato un abbassamento dell’efficacia dei vaccini nel prevenire le ospedalizzazioni che si acuisce all’aumentare dell’età.

In fase post Delta, in questa coorte, il vaccino aveva un’efficacia generale dell’87%. Dividendo la popolazione in esame per fasce di età, si nota un’efficacia del 95% tra i 18 ed i 64 anni, che scenda all’80% tra chi ne ha più di 65.

Alla luce di queste nuove informazioni, resta da chiarire se le flessioni registrate da questi nuovi studi siano dovute alla potenza di Delta di per sé, ad una diminuzione della protezione nel corso del tempo a partire dall’inoculo, o un insieme dei due fattori.

Nonostante ciò non sia ancora chiaro, questi nuovi lavori pubblicati dai CDC saranno comunque fondamentali per affrontare il tema della terza dose.

A partire dal 20 settembre gli USA saranno pronti a partire con l’operazione, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione Biden. Il 29 settembre si riunirà invece il comitato dei CDC che imposterà le linee guida sull’uso dei vaccini, mentre l’FDA non ha ancora approvato la procedura.

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