RISORSE UMANE

COVID: Google rinvia al 10 gennaio 2022 il rientro in ufficio

Certe scelte aziendali suonano come il più inequivocabile “mala tempora currunt”

Ci sono diversi sistemi per capire l’aria che tira. Si può far affidamento sulle proprie sensazioni o al sentito dire. Si può dar credito ai numeri, quelli privi di qualsivoglia certificazione che affollano giornali e trasmissioni radiotelevisive. Volendo si può contare sulla libera interpretazione di fatti ed eventi da parte degli amici che sui social (non avendo mai giocato “al dottore” nell’infanzia) pontificano in veste di ennesimi epidemiologi.

Nella babelica confusione c’è chi ama le statistiche al punto di tollerarne quella strana elasticità con cui i numeri cambiano di significato a seconda degli umori politici, degli incombenti appuntamenti elettorali, della vasta gamma di interessi non meglio ( forse troppo) identificati e così a seguire.

La gaudente atmosfera del periodo estivo ha fertilizzato le teorie negazioniste e spinto la collettività verso la nuova ennesima ondata pandemica. Nonostante l’imperante ottimismo ci sono inequivocabili segnali che l’emergenza è destinata a protrarsi: la decisione di Google di spostare al 10 gennaio la data di rientro obbligatorio in ufficio per i propri dipendenti direi che non lascia dubbi a proposito della situazione corrente e delle relative prospettive future.

La posticipazione è stata sicuramente oggetto di lunga discussione e l’incertezza dell’evoluzione sanitaria ha indotto a dare precedenza alla prudenza.

Ad aver decretato questo “rinvio” alla normalità delle prestazioni lavorative è stato Sundar Pichai, numero uno del colosso del web, che ha specificato che la società darà al proprio personale un preavviso di 30 giorni per il ritorno in sede.

La data del 10 gennaio non è quella di riapertura degli uffici (Google non ha stabilito un giorno preciso) ma il riferimento cronologico al limite massimo per deliberare ponderatamente su quando porre fine al lavoro da casa. Saranno le condizioni locali (che variano significativamente vista la sterminata estensione planetaria dell’azienda) a suggerire il momento più idoneo per la “ripartenza” delle tante città in giro per il mondo.

La decisione probabilmente sarà in grado di influenzare altre realtà che magari tentennano nella ridefinizione dei rispettivi modelli organizzativi. In questo quadro è importante sapere che proprio Google ad agosto ha già approvato l’85 per cento delle istanze formulate dai propri impiegati intenzionati a transitare in mansioni esercitabili “da remoto” o ad ottenere l’assegnazione a sedi diverse al momento della riapertura delle strutture.

Si prospetta – e non solo qui – la stabilizzazione dello “smart working” e la riduzione dei “presenti in ufficio” a circa il 60 per cento della forza lavoro antecedente la pandemia.

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