UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Risorse in Terra Afghana e Diritti

E' giunto il momento di una seria analisi da parte della Comunità Internazionale circa le azioni da porre in atto per risolvere questa crisi sia dal punto di vista umanitario che geopolitico. La riflessione di Omar Mayta nel messaggio in bottiglia di oggi

Uno Stato senza sbocco sul mare che confina a Ovest con l’Iran, a Sud con il Pakistan, a Nord con il Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Cina: l’Afghanistan.

Una terra indomata dagli stranieri, che vide Allah raccogliere pietre preziose e qui gettarle per divenire, secondo la tradizione, ricchissima di risorse naturali e di opportunità che, dalla notte dei tempi o per lo meno da almeno 20 anni, ha attirato la potenza o l’alleato di turno. 

La difesa, tutela e protezione dei diritti inalienabili di un Popolo è diventata quindi una trascendente ed immanente formula, o meglio un dhikr, da dover assicurare ma non meno del governo strategico e preziosissimo del portafoglio minerario.   

We are at risk of the curse of plenty, the curse of resources”, così semplicemente sintetizzava l’opportunità, o la  minaccia, il Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ora in esilio, Ashraf Ghani.

Petrolio, uranio, plutonio, bauxite, carbone, ferro, gas naturale, cromo, piombo, zinco, talco, zolfo, travertino, solo per citane alcune, costituiscono infatti una significativa leva economica e diplomatica che, secondo uno studio americano, sarebbe valutata dai 1000 miliardi ai 3000 miliardi di US dollari.

Le cifre, come sempre in questi casi, si rincorrono come non mai anche se confermate da diversi dossier, ma è certo che questa parte del mondo attira “curiosamente” gli interessi di molti ordinamenti costituiti, regimi compresi, che, seppur con innegabili difficoltà tecnico-logistiche, si troverebbero a poter e dover gestire una borsa mineraria di inestimabile valore. 

Stati Uniti ed Alleati, a fronte della inappellabile decisone del Presidente Trump, stanno  quindi liberando il Campo,  lasciando il Paese nelle mani del caso e ad un improbabile regime che si vede costretto a negoziare un riconoscimento internazionale e barattare quei fondamentali Valori, principi cardine della cultura occidentale, in cambio della gestione del ricchissimo sottosuolo afghano. 

Russia e Cina, consci delle opportunità e dialoganti con talebani, invece, rimangono in loco con la rispettive diplomazie pronte ad accaparrarsi, ma con una finissima occupazione di tipo economica, i provvidenziali vantaggi, probabilmente in funzione al verosimile contrasto delle minacce di una sedicente e rinnovata organizzazione jihadista ora denominata Isis-K.    

La vecchia Europa, culla della Civiltà e del Diritto, attende invece da spettatore confuso che ha immolato uomini e perso risorse in nome di un’Alleanza che andava a tutti i costi onorata, sia per una paventata e fallace protezione umanitaria di un Popolo che per la prevenzione di eventuali minacce terroristiche. 

É inconcepibile, anche in ordine agli accordi firmati di Doha nel 2020 dalla Presidenza Trump e che prevedono il totale ritiro delle truppe statunitensi dal Paese, improvvisare e lasciarsi sorprendere da  dolorosi eventi doverosamente elaborati ed anticipati dalle Agenzie d’intelligence di tutto il mondo.   

È giunto quindi, sebbene tardivamente, il momento di una seria analisi, riflessione ma soprattutto presa di coscienza da parte della Comunità Internazionale circa le azioni da porre in essere per risolvere questa crisi sia dal punto vista umanitario che geopolitico. 

Dobbiamo molto alle donne, uomini e bambini dell’Afghanistan, se non altro in termini d’impegni presi, parole date e speranze promesse.

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