UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Città e catastrofe climatica prossima ventura: domande sotto l’ombrellone

Gli eventi catastrofici, dovuti al riscaldamento climatico, che stanno coinvolgendo le megalopoli, ci fanno capire come anche le città sono a rischio, tanto quanto le foreste, la tundra, i litorali. É bene quindi porsi degli interrogativi. Il messaggio in bottiglia di oggi è scritto a quattro mani da Geoffrey Woodling e Andrea Aparo von Flüe.

Traduzione e adattamento di Andrea Aparo von Flüe

Versione originale di Geoffrey Woodling e Andrea Aparo von Flüe

Le immagini di pendolari che annegano in un vagone della metropolitana in Cina è stato un vivido promemoria del fatto che anche i cittadini delle città più grandi e moderne siano vulnerabili alla catastrofe climatica. L’ultimo mese è stato una collezione di caldo estremo, inondazioni, incendi. Ci sono pochi dubbi ormai che tali eventi catastrofici siano il prodotto del riscaldamento globale naturale, non importa quanto eventualmente amplificato dalle attività umane. Le città sono a rischio, tanto quanto le foreste, la tundra, i litorali. 

Le megalopoli sono tra i luoghi più inquinati e inquinanti della Terra. Tuttavia, c’è un mito che resiste nel tempo. Quello che esse siano delle indistruttibili, inaffondabili corazzate. Già, le corazzate… Considerate le Regine del Mare, l’arma finale per il controllo degli oceani, bastarono dei piccoli, insicuri e insignificanti biplani di tela che decollavano dalle prime portaerei a estinguerle. Le lezioni della storia vengono dimenticate e gli errori si ripetono. Le indistruttibili città affondano, falliscono. Alcune scompaiono. Altre sopravvivono alle catastrofi più estreme, come fece San Francisco nel 1906 o Lisbona due secoli prima, o Messina. I disastri causati dall’uomo hanno avuto conseguenze più durature per città come Roma o post-industriali come Napoli e persino Detroit.

Gli ultimi 18 mesi hanno risvegliato il presentimento che le città potrebbero di nuovo essere il luogo di coltura delle malattie pandemiche, non così diverse da quella che dal 1346 al 1353 ha spazzato via dai 75 ai 200 milioni di persone nel continente euroasiatico e nel nord dell’Africa. Interessante notare che il batterio Yersinia Pestis, oltre alla peste, causava letali polmoniti. Ricorda qualcosa? 

Morirono fra il 30 e il 60 percento dei nostri antenati. Il Covid19 non ha ucciso così tanto, almeno per ora. Di certo ha inflitto un profondo trauma alla maggior parte delle megalopoli del mondo, riducendone il dinamismo precedente a una frazione, eccezione fatta per le attività legate all’assistenza sanitaria. Di certo il tributo sulla vita umana del Corona ha evidenziato le spaventose conseguenze della disuguaglianza sociale ed economica, sia all’interno che tra le città.

Tuttavia, le megalopoli mostrano anche una straordinaria capacità di tornare alla vita. Sarà la stessa di prima? Ci saranno cambiamenti duraturi nel ruolo e nelle finalità delle città e nel modo in cui si comportano? Difficile rispondere. Mancano i dati, mancano i modelli previsionali. Di certo gli sforzi in atto per mitigare l’impatto combinato di epidemia e riscaldamento globale non possono semplicemente cercare di conservare i modi prevalenti di vita metropolitana. In che modo le modifiche del comportamento delle persone, dei loro valori e di quelli delle organizzazioni a cui appartengono, rimodelleranno il modo di evoluzione delle città? Una conseguenza di tali cambiamenti sarà che, molto probabilmente, si diventerà tutti più ecologici. Di certo non una panacea rispetto al nostro attuale stile di vita. 

Sarebbe una follia tentare di mitigare l’impatto del cambiamento climatico semplicemente per preservare i modi esistenti di vita urbana. 

Dobbiamo cercare di anticipare, progettare, ciò che queste città potrebbero offrire ai loro futuri cittadini e garantire che durino nel tempo.

Le narrazioni possibili, i racconti plausibili, sul futuro prossimo delle megalopoli possono illustrare i modi in cui le città nelle diverse fasi dello sviluppo economico potrebbero abbracciare forze di cambiamento che le interesserebbero tutte. Una di queste narrazioni ha come titolo  

“Spot Market”. Un’economia basata sulla sorveglianza continua di tutto e tutti.  Ne vediamo i primi elementi nello sviluppo esponenziale del mercato “on-line” per gestire il blocco dei mercati fisici causato dal Covid. Da tenere presente che non tutta la sorveglianza è una scelta personale. In alcune società, come quella cinese, è imposta per motivi di sicurezza o controllo, ma ampiamente accettata (almeno in apparenza) come un prezzo che vale la pena pagare per i benefici di maggiori opportunità economiche che vengono così offerte.

Alcuni potrebbero vedere in questa accettazione l’espressione sinistra di ciò che è stato denominato “Smart City”. L’enfasi posta nel recente passato (fine anni 1990) su come le città potrebbero funzionare in un’economia digitale ha trovato espressione alcuni anni dopo nella loro promozione commerciale con la pretesa di gettare le basi per un’infrastruttura digitale urbana. Non è accaduto. Il successo dei social network nell’identificare chi e dove siamo ha semmai evidenziato quanto le città siano lontane dallo sfruttare le reti digitali per trasformare il loro funzionamento. In effetti, recenti eventi hanno dimostrato quanto sia vulnerabile l’infrastruttura digitale della città agli attacchi informatici (da ricordare che non esistono attaccanti informatici intelligenti, ma tanti amministratori di sistema stupidi) o agli eventi climatici violenti (nessuna difesa in questo caso). 

Sono stati fatti pochissimi tentativi per mettere in discussione come il ruolo e lo scopo delle città potrebbero evolversi per servire i propri cittadini. Non si è nemmeno d’accordo se le città esistano per dare supporto allo sviluppo dei mercati o viceversa. Le città attirano nuovi abitanti perché creano maggiori opportunità economiche oppure perché, semplicemente, offrono rifugio da un ambiente altrove ostile? 

Possibile che stiano crescendo dinamiche nuove, contrarie, che offrono ai cittadini la possibilità di smettere di vivere da pendolari senza compromettere le loro prospettive di carriera, migliorando al contempo il loro equilibrio tra lavoro e vita privata?

Prima della telefonia la città era l’unico luogo di comunicazione da persona a persona. Siamo esseri comunicanti. Non possiamo non comunicare, ma siamo ancora gli stessi animali sociali che bramano il contatto fisico interpersonale che le città forniscono, anche a costo di un maggiore rischio per la salute? 

La recente esperienza del Covid, che ha privato tanti della possibilità di imparare a scuola o all’università, illustra il costo emotivo e psicologico dell’isolamento e dell’incontro online. 

Tuttavia, stiamo vivendo una rivoluzione nel modo in cui siamo in grado di cercare e procurarci prodotti, servizi o informazioni che vengono veicolate ovunque ci troviamo, quando vogliamo, 24/7. 365 giorni all’anno. 

La distanza è morta e il tempo è in terapia intensiva. 

Il nostro comportamento economico sta cambiando. Le città sono ancora mercati fisici? 

Lo shopping urbano sta perdendo il suo fascino. Si preferiscono i grandi centri commerciali, dove l’acquisto è una delle tante forme di svago più attraente e stimolanti offerte. I mercati prosperano in nuove località. Stanno creando un nuovo concetto di città? 

Molti cittadini, costretti dal blocco Covid a lavorare a casa, in appartamenti dove non era previsto il tele-lavoro, affrontando problemi di gestione familiare, alti costi e mancanza di spazio, hanno cercato nuovi luoghi in cui vivere. Idealmente in comunità attraenti, più piccole, dove lo “smart working” potesse essere veramente “smart” e non una sciocca imposizione.  

Queste nuove comunità rappresentano l’emergere di nuovi luoghi ex-urbani o sono semplicemente l’estensione della megalopoli che all’essere agglomerato di piccoli paesi (che altro sono i quartieri?) aggiunge il sapore, o illusione, dell’idillio rurale?

Il mito della vita rurale, conservato in gran parte dell’Europa, è una perversa manifestazione della passata dispersione dei cittadini ricchi per coltivare stili di vita agiati tra comunità agricole che nutrivano le città. Questo mito è al centro di come definiamo le città. 

I confini amministrativi sono vincoli che inibiscono l’integrazione delle comunità in uno spazio urbanizzato. Rafforzano la separazione politica tra ricchezza e povertà. Il crescente esodo di cittadini benestanti che lasciano i loro appartamenti cittadini in cerca di spazio (forse il maggiore fra i lussi insieme al tempo) è una ripetizione del desiderio di molte generazioni precedenti di sfuggire ai poveri, ai violenti, ai malati e alle tasse che le città tendono a favorire.

Quale potrebbe essere la prossima forza di attrazione per incoraggiare a sfruttare le opportunità uniche che le città possono offrire? Difficile rispondere. 

La concentrazione di persone stimolanti e innovative è sempre stata un’attrazione delle città, forse grazie alla presenza di luoghi fisici di aggregazione che hanno facilitato le loro conversazioni: circoli, istituzioni, club… 

Non più. La densità di persone, di vita, nelle città non garantisce di per sé lo stimolo che cerchiamo. Spesso diventa sinonimo di sovraffollamento, elevati costi immobiliari e di proprietà, nonché servizi carenti. Indubbiamente le città più piccole possono offrire condizioni di vita meno stressanti, ma a quale prezzo per chi cerca lo stimolo della vita cittadina?

Le esigenze del confinamento per il Covid sembrano aver indotto alcuni a rivalutare le proprie priorità. In tanti si sono resi conto, sperimentalmente, di quanto tempo viene sprecato dal pendolarismo, sempre più lungo, per non parlare del disagio di mezzi pubblici sempre più affollati. 

Il maggiore controllo delle proprie ore di lavoro e del luogo in cui vengono trascorse, la libertà molto maggiore nel determinare quando e dove incontrarsi, sono una sfida per molte organizzazioni. In particolare per quelle congelate in modelli obsoleti che ospitano il proprio personale in uffici deprimenti e ad alta densità. 

I nuovi castelli dell’intellighenzia digitale non sembrano in grado di compensare il costo del pendolarismo da periferie sempre più lontane e comunque costose. 

Questa è la generazione che non è più preparata a lavorare per qualcuno -un capo- da qualche parte, in un luogo fisico, preferendo farlo su una o più piattaforme che abbracciano il loro complesso mondo di attività.

Questa è la generazione che può e deve rimodellare il ruolo e lo scopo delle città, con buona pace di quella precedente preoccupata di commissionare beni immobiliari che potrebbero (o non potrebbero) finanziare le loro future pensioni. 

Il Covid ha fatto riconoscere alle città l’accesso a una buona assistenza sanitaria, che poche piccole comunità possono fornire. Si sente spesso dire che un nuovo domicilio debba essere vicino sia a una buona scuola che a buoni ospedali. 

Già, ma cosa si intende per buona scuola o per buon ospedale?

Entrambi, molto probabilmente, saranno tra gli aspetti della vita cittadina che subiranno il cambiamento più profondo. 

In alcune società la sicurezza potrebbe diventare un criterio più importante, se i servizi pubblici si esaurissero.

Le nuove piattaforme digitali e virtuali uniranno le persone in ambiti di interesse e di lavoro condivisi, non meno nella sanità come nel diritto, nella finanza, nell’istruzione, forse anche nel governo. 

Dobbiamo immaginare in modo nuovo il ruolo e lo scopo delle città vecchie e nuove. 

Le possibili catastrofi non possono essere evitate. 

Solo gestite. 

Preparandoci. 

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