PROTEZIONE & DIFESE

Ultimo ammainabandiera a Herat

Dopo 20 anni l'Italia lascia l'Afghanistan

Nelle scorse ore, coerentemente alla generalizzata strategia di abbandono dell’Afghanistan, anche le truppe italiane hanno per l’ultima volta ammainato la loro bandiera sulla base di Herat.

Si chiude così l’ennesimo, terribile capitolo della lunga storia di questo disgraziato paese, la cui unica colpa è quella di insistere geograficamente nel cuore dell’Asia Minore, sulla strada della vecchia Unione Sovietica ed attuale Russia per conquistare uno sbocco a mare che la liberi dal doppio giogo del GIUK gap a nord, e del Mediterraneo a sud.

Gli afghani sono gente di montagna, con una cultura millenaria ed un’identità di popolo con pochi paragoni. Nel corso dei decenni si sono battuti con tutta la loro determinazione e le loro scarse risorse logistiche contro alcuni dei più forti eserciti del mondo, ed hanno vinto. Per l’Unione Sovietica ed il suo immaginario, l’Afghanistan ha la stessa valenza ideale che ha il Vietnam per gli Stati Uniti: una guerra sporca, condotta su un terreno infido ed incredibilmente ostile, dove gruppi di guerriglieri che sbucavano dal nulla avevano ragione di uomini e mezzi che sulla carta avrebbero dovuto farne un solo boccone. A nulla sono valsi i potenti elicotteri d’attacco Hind con il loro impressionante carico di proiettili ed esplosivi. I guerriglieri afghani li tiravano giù con dei semplici missili a spalla, e magari ne riutilizzavano le carcasse per costruire dei camion di fortuna.

In preda ad una delle sue tante convulsioni, e caduto preda delle fazioni di talebani, l’Afghanistan è stato negli ultimi anni oggetto di occupazione da parte di una forza di interposizione internazionale. A quest’ultima hanno partecipato con grande impegno e rischio anche numerosi reparti del nostro Esercito. I paracadutisti della Folgore rientrati l’altro giorno sono semplicemente gli ultimi di tanti che hanno speso una parte della loro giovinezza a fare un lavoro che noi, il popolo italiano, li abbiamo mandati a fare.

Questo concetto va sottolineato con forza, perché rientri nella coscienza nazionale, da cui è stato espunto da decenni di propaganda stupidamente antimilitarista. I soldati italiani che vanno in missione all’estero ci vanno perché il nostro Parlamento comanda loro di andare, per perseguire i suoi fini politici. Siamo noi, il popolo sovrano, che affidiamo loro la missione di rappresentarci sul campo di battaglia, o affinché, come in questo caso, la nostra politica internazionale possa lucrare una posizione di rilievo attraverso la partecipazione alle missioni di interposizione.

Il prezzo di questa politica, degli ordini che diamo loro, lo pagano i soldati, sul campo. Siano essi impegnati in un conflitto, sia come in questo caso gli venga ordinato di stabilizzare un paese dilaniato da lotte intestine, sono loro che mettono gli stivali sul terreno, che stanno lontani dalle proprie famiglie, che rischiano la vita, e che a volte rientrano avvolti nel tricolore.

L’Afghanistan ha chiesto ai soldati italiani un sacrificio di sangue e sofferenze rilevante. Solo per ricordare l’evento più grave, il 17 settembre 2009 in un attentato a Kabul persero la vita il Tenente Antonio Fortunato, il Sergente Maggiore Roberto Valente, il Primo Caporal Maggiore Matteo Mureddu, il Primo Caporal Maggiore Davide Ricchiuto, il Primo Caporal Maggiore Giandomenico Pistonami e il Primo Caporal Maggiore Massimiliano Randino. Oltre ai sei caduti, altri quattro soldati italiani rimasero feriti in aggiunta a quindici morti e sessanta feriti tra la popolazione afgana.

L’attentato di Kabul fu una ferita a sangue nel cuore di tutta Italia. I feretri dei paracadutisti della Folgore furono traslati nella Basilica di San Paolo a Roma ed oggetto di un evento di commemorazione che toccò l’anima profonda di tutti. Lo strazio delle famiglie fu rappresentato dal gesto di Martin Fortunato, figlio di Antonio, che distrutto da un dolore molto superiore alla sua età, scappò dalle braccia della madre per andare a toccare la bara del padre, con l’altra mano sugli occhi.

Oggi Martin ha ventun anni, ed ha visto tornare i compagni d’armi di suo padre dall’Afghanistan, come avrebbe voluto vedere tornare lui. Ma li ha visti tornare soli, senza nessuno che li accogliesse, tanto meno gli dicesse grazie di tutto quello che, in nome del popolo italiano, hanno fatto in questi anni. E dunque forse alla sua mente saranno affiorate le domande che proviamo a fare noi.

Quali alti impegni hanno impedito a lei, presidente della Repubblica Mattarella, secondo la Costituzione capo supremo delle Forze Armate, di lasciare il fresco del Quirinale, e recarsi in aeroporto ad accogliere il generale Vergori ed i suoi uomini? E quali improrogabili esigenze nella sua certamente fitta agenda hanno impedito a lei, ministro della Difesa Guerini, di schiodare da via XX Settembre, volendo salvaguardare dalla canicola estiva l’età avanzata del capo dello Stato, ed accogliere quelli che sono i suoi meritevoli dipendenti?

I baschi amaranto sono troppo uomini dello Stato, troppo persone serie, troppo dediti al proprio impegno, per proferire parola sull’argomento. Però, se ascolto bene la cadenza dei loro anfibi sulla strada che li riporta alla base, una parola io immagino di sentirla. È stata sdoganata anni fa da un comico convertitosi in leader politico e poi in non so cosa.

La sentite anche voi?

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