SPECIALE CORONAVIRUS

Arriva un nuovo vaccino anti-Covid

Sarà disponibile negli USA già quest’estate.

La guerra al Coronavirus ha scatenato l’impegno nella ricerca farmaceutica e con sempre maggiore frequenza arrivano buone notizie a proposito delle “armi” a disposizione per combattere la pandemia.

Il nuovo vaccino “a subunità proteica”, prossimo a “sbarcare” negli Stati Uniti, funziona in modo leggermente diverso dalle attuali soluzioni autorizzate per la somministrazione, si basa su una tecnologia ben nota e – circostanza non trascurabile – non richiede una refrigerazione speciale.

Come funziona

I vaccini a subunità (a volte chiamati “vaccini acellulari”) invece di iniettare un intero agente patogeno per innescare una risposta immunitaria, ne contengono pezzi purificati appositamente selezionati per la loro capacità di stimolare le cellule immunitarie. Il ricorso a questi frammenti che non sono in grado di generare malattie permette di classificare i vaccini a subunità come affidabili e sicuri.

Ne esistono diverse tipologie. I vaccini a subunità proteica, già sperimentati contro l’epatite B e la pertosse acellulare, sono gli unici al momento in fase di  sviluppo per contrastare il Covid e contengono proteine isolate da specifici agenti patogeni virali o batterici. Ci sono poi i vaccini polisaccaridici (quello pneumococcico ad esempio) caratterizzati da catene di molecole di zucchero a loro volta presenti nelle pareti cellulari di alcuni batteri. I vaccini a subunità coniugate legano una catena polisaccaridica a una proteina trasportatrice per cercare di aumentare la risposta immunitaria e attualmente vengono utilizzati per osteggiare meningococchi, difterite e tetano.

Una valutazione preliminare, tra vantaggi e svantaggi

Gli esperti riconoscono ai vaccini a subunità proteica una tecnologia ormai consolidata, l’idoneità alla somministrazione a persone con sistema immunitario compromesso, l’assenza di componenti “vivi” (che potrebbe far escludere il rischio che il vaccino possa scatenare la malattia), effetti collaterali ridotti al minimo.

Si tratterebbe di un vaccino “economico”, relativamente stabile e non così complesso da produrre, e la necessità di richiami successivi sembra tutto sommato sopportabile.

Qualcuno, però, ritiene che si tratti di strumenti “deboli” perché gli antigeni non infettano le cellule e quindi i vaccini a subunità attivano principalmente solo risposte immunitarie mediate da anticorpi e pertanto potenzialmente meno aggressive.

L’azione del vaccino

Generalmente i vaccini sottopongono al nostro sistema immunitario qualcosa che assomiglia al virus ma in realtà non lo è.

Si tratta di una sorta di preavviso, così se e quando il vero virus si presenta, il sistema immunitario è pronto ad entrare in funzione per soffocarlo.

Nel caso del coronavirus, quel “qualcosa” è una delle proteine del virus, la proteina “spike”. I vaccini prodotti da Pfizer, Moderna e Johnson & Johnson contengono istruzioni genetiche per la proteina “spike” e poi tocca alle cellule del nostro corpo produrre la proteina stessa.

Quando arriva il primo vaccino COVID-19 a subunità proteica

Il vaccino in pole position è quello della società biotecnologica Novavax (che basa la realizzazione della proteina del virus su gigantesche vasche di cellule “coltivate” in laboratorio), ma al lavoro ci sono anche la canadese Medicago (che sfrutta piante di tabacco modificate geneticamente) e il colosso francese Sanofi (che, superate iniziali difficoltà in ordine all’efficacia del proprio prodotto, sta cercando volontari e ha in corso una vera e propria campagna di “arruolamento”).

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