AEROSPAZIO

Una nuova variante del Coronavirus?

Una riflessione, anche provocatoria, sul problema dei detriti spaziali.

In periodo di pandemia, guardando questa immagine, è impossibile non pensare al tanto temuto virus che ha flagellato il nostro pianeta a partire dalla fine del 2019. È passato un anno e mezzo da quel triste momento ed ancora non ci siamo liberati del SARS-CoV2 che nel frattempo è diventato sempre più insidioso, anche per la diffusione di numerose “varianti” che ne hanno accresciuto la contagiosità e la pericolosità per l’intero genere umano.

Nel momento in cui scrivo questo articolo, sono 167.177.203 i casi Covid nel mondo e 3.463.813 i decessi e solo ora, grazie ai vaccini che nel frattempo sono stati messi a punto, la curva pandemica sembra darci tregua, pur rimanendo l’incognita di possibili mutazioni del virus.

Per nostra fortuna in questo caso non si tratta di una nuova variante bensì di una Mappa 3D degli oggetti che orbitano in modo “più o meno stabile” intorno al nostro pianeta (quest’altra visione rende più chiara la rappresentazione). Ma attenzione, anche in questo caso, l’uomo non deve perdere il controllo della situazione, evitando possibili danni alla sicurezza della collettività.

È infatti di pochi giorni fa l’allarme nel nostro Paese per il rientro in atmosfera del razzo cinese “Lunga Marcia 5B”, fuori controllo e in viaggio alla velocità di 18.000 Km/h, i cui frammenti avrebbero potuto interessare le Regioni Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna, nell’arco di sei ore a partire dalle 2:40 del 9 maggio scorso, con conseguenze difficilmente prevedibili. Secondo la Protezione Civile infatti le dimensioni di tali detriti sarebbero state condizionate dal comportamento dello stesso razzo e agli effetti dell’impatto con la densità atmosferica.

Sono stati diffusi attraverso le reti di comunicazione messaggi non proprio rassicuranti, quali: “È poco probabile che i frammenti causino il crollo di edifici che pertanto sono da considerarsi più sicuri rispetto ai luoghi aperti” ed a seguire “Si consiglia, comunque, di stare lontani dalle finestre e porte vetrate; i frammenti impattando sui tetti degli edifici potrebbero causare danni, perforando i tetti stessi e i solai sottostanti, così determinando anche pericolo per le persone. Pertanto, non disponendo di informazioni precise sulla vulnerabilità delle singole strutture, si può affermare che sono più sicuri i piani più bassi degli edifici; all’interno degli edifici i posti strutturalmente più sicuri dove posizionarsi nel corso dell’eventuale impatto sono, per gli edifici in muratura, sotto le volte dei piani inferiori e nei vani delle porte inserite nei muri portanti (quelli più spessi), per gli edifici in cemento armato, in vicinanza delle colonne e, comunque, in vicinanza delle pareti; è poco probabile che i frammenti più piccoli siano visibili da terra prima dell’impatto; alcuni frammenti di grandi dimensioni potrebbero resistere all’impatto. Si consiglia, in linea generale, che chiunque avvistasse un frammento, di non toccarlo, mantenendosi a una distanza di almeno 20 metri, e dovrà segnalarlo immediatamente alle autorità competenti”.

EVVIPAREPOCO ?

Per nostra fortuna sappiamo che in questo caso tutto è andato per il meglio e il rientro del razzo sarebbe avvenuto in un’area vicino alle Isole Maldive nell’Oceano Indiano, ma tuttavia il verificarsi di un tale evento ci comunica un messaggio importante in merito alla nostra sicurezza data la enorme quantità di detriti presenti nello spazio intorno alla Terra.

Era il 4 ottobre del 1957 quando veniva lanciato il primo satellite artificiale della storia. Si chiamava Sputnik 1 ed il suo viaggio verso lo spazio ebbe inizio dal Cosmodromo di Baikonur, nell’odierno Kazakistan, con il razzo vettore R-7 “Semyorka”.

Cominciava quel giorno la cosiddetta “Corsa allo Spazio” che ha visto Russia e Stati Uniti contendersi il primato di una rivalità tecnologica – ed al tempo stesso culturale- che è ancora presente oggi. Gli USA infatti il 31 gennaio 1958 mandano in orbita l’Explorer 1, il loro primo satellite. 

Da allora, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari spaziali, sono stati lanciati nell’orbita terrestre circa 8.500 satelliti ed il loro numero è destinato a crescere enormemente nei prossimi anni, almeno secondo i programmi spaziali di Elon Musk che con la sua azienda aerospaziale SpaceX intende lanciare 30.000 satelliti Starlink, oltre ai 12.000 già programmati.

Lo Sputnik 1, formato solo da una sfera pressurizzata di alluminio di 58 cm di raggio e da 4 antenne lunghe circa 2,5 metri, bruciò durante il rientro in atmosfera il 3 gennaio 1958 e non lasciò detriti in atmosfera, ma oggi i satelliti che gravitano intorno a noi alla velocità di circa 28.000 chilometri orari, insieme a decine di migliaia di “pezzi di spazzatura spaziale”, hanno dimensioni le più variabili e la loro posizione può essere individuata solo nel 70% dei casi (solo le unità dai 5 centimetri in poi vengono localizzate efficacemente). Se si considerano infine i detriti di dimensioni inferiori al centimetro (al momento non rilevabili) arriviamo secondo le stime dell’ESA a 128 milioni di oggetti che per la loro velocità sono altrettanti “proiettili vaganti”.

Giusto per fare un esempio, durante il viaggio della missione Crew-2 verso la Stazione Spaziale Internazionale ad esempio, gli astronauti a bordo dell’astronave Crew Dragon Endeavour di SpaceX sono stati costretti a indossare in via precauzionale le proprie tute, per prepararsi nell’evenienza di una collisione con un detrito spaziale che a causa delle velocità in gioco può produrre effetti imprevedibili.

Nonostante la vastità dello spazio, anche in prossimità della Terra, un numero così elevato di detriti è molto problematico e la gestione delle possibili collisioni ha/avrebbe un costo enorme. Le agenzie internazionali hanno sviluppato una serie di linee guida per contenere il rischio di produzione di detriti e facilitare lo smaltimento dei velivoli a fine vita tramite la distruzione nell’atmosfera, ma le misure necessarie hanno costi elevati e secondo lo Space Debris Environment Report dell’ESA, meno del 60% dei satelliti lanciati in bassa orbita aderiscono alle linee guida.

Ma come dicevamo “il peggio” deve ancora arrivare perché l’attività spaziale soprattutto in orbita bassa, sta crescendo in maniera esponenziale e in previsione dell’aumento dell’affollamento in orbita è necessario correre ai ripari.

Brigata Controllo Aerospazio. Fonte: Il Messaggero.

Nascono quindi Organi come la United States Space Force (USSF) che è una delle forze armate degli Stati Uniti d’America, responsabile di tutte le operazioni spaziali e nel cyberspazio, dei sistemi di lancio e dei suoi satelliti e in Italia viene costituita a Poggio Renatico, vicino Ferrara, la Brigata Controllo Aerospazio, nell’ambito del Comando Operazioni Aerospaziali (COA), per sorvegliare lo spazio aereo nazionale e tutto ciò che orbita sopra le nostre teste fino a quota 36 mila chilometri.

D’altra parte l’economia spaziale è diventata un importante fattore di crescita per l’economia mondiale e l’eventuale perdita dell’uso libero e aperto dello spazio a causa di un aumento incontrollato dei detriti avrebbe ricadute negative pesanti sul nostro futuro.

Il bello della materia è che non finisce qui.

Oltre ai Detriti spaziali infatti ci sono gli Asteroidi a completamento della “costellazione di oggetti” che avvolge il nostro pianeta. Anche l’impatto di asteroidi relativamente piccoli può causare eventi catastrofici e si stima che esistano oltre 40.000 corpi celesti vaganti/orbitanti vicino alla Terra, di cui meno del 20% è stato individuato.

Per nostra fortuna gli esperti concordano nell’affermare che il problema dei detriti nello spazio è attualmente sotto controllo, ma dobbiamo pensare al futuro perché con l’aumento del numero di frammenti c’è il rischio che si inneschi la cosiddetta sindrome Kessler. Lo scienziato della NASA Donald J. Kessler nel 1978 ha infatti ipotizzato uno scenario in cui in una singola collisione produce un gran numero di detriti che a loro volta colpiscono altri oggetti generando una reazione a catena che riempie lo spazio di rottami, rendendo le future esplorazioni spaziali molto rischiose o addirittura impossibili.

Dobbiamo allora incominciare a pensare all’ambiente che circonda il nostro pianeta come a una risorsa naturale condivisa e limitata, adottando linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività nello spazio e, tornando allo spunto iniziale, per concludere con una nota scherzosa, non so se sia meglio la diffusione del Coronavirus o la proliferazione dei detriti spaziali per i quali non è ancora stato messo a punto alcun vaccino!

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