UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Dottor Ruffini, Le scrive il contribuente Rapetto…

Egregio dottor Ruffini,

volevo ringraziarLa per la fitta corrispondenza con cui l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto di contrastare la mia presunta solitudine.

Essere destinatario di cotanta attenzione rincuora chiunque abbia vissuto questi mesi di isolamento senza le consuete relazioni con altre persone e magari senza poter godere delle premure con cui l’Amministrazione finanziaria coccola il contribuente.

Scelgo a caso una delle missive che hanno satollato la mia cassetta postale e ho tra le mani i fogli relativi all’anno di imposta 2017 e riferiti all’identificativo di controllo T17U0069095982.

La comunicazione mi intima di provvedere  trasmettere entro 30 giorni (vai a capire da quale data, visto che è arrivata con posta ordinaria e non con raccomandata) la documentazione relativa a “Spese detraibibili e/o deducibili”.

In particolare mi vengono chieste – per l’ennesima volta – le carte relative ad “assegno periodico corrisposte al coniuge (rigo RP22 col. 2): provvedimento dell’autorità giudiziaria che stabilisce l’importo dell’assegno periodico da corrispondere al coniuge e relative quietanze”.

La legge 241/90 – all’articolo 18, se non vado errato – dice che se “i documenti sono già in possesso della stessa amministrazione procedente o di altra pubblica amministrazione, il responsabile del procedimento provvede all’acquisizione dei documenti stessi o di copia di essi”.

Non capisco dunque perché dover fornire (per l’ennesima volta, visto che già in passato ho diligentemente provveduto a soddisfare analoga richiesta) copia di provvedimento che l’Agenzia ha già ricevuto da me e che comunque può reperire direttamente come la legge prevede da oltre trent’anni.

Veniamo alle quietanze. Considerato che le “quietanze” potrebbero non corrispondere a quanto effettivamente corrisposto e magari essere fittiziamente state prodotte dall’interessato, esistono (ma non vorrei svelare un segreto secondo solo a quelli di Fatima) sistemi che certificano il trasferimento delle somme in questione.

La disposizione di un bonifico permanente, ad esempio, identifica in maniera puntuale il percettore dell’assegno periodico e ne individua con certezza anche data e relativo esercizio di competenza del trasferimento di denaro.

Siccome l’Agenzia dispone dei miei dati, conosce il numero del mio conto corrente e ha modo di esaminarne le movimentazioni, ha da oltre vent’anni le copie del provvedimento giudiziario in cui sono riportati i dati del soggetto percettore dell’assegno (non “coniuge” come scrivete, ma “ex coniuge”), ha cognizione dell’identità della beneficiata, vede in maniera nitida e immediata la rigorosa ricorrenza del pagamento mensile, mi chiedo quale sia il motivo della richiesta che mi è giunta.

Leggevo qualche giorno fa dell’imponente macchina da guerra digitale che l’Agenzia delle Entrate ha posizionato sul fronte del contrasto all’evasione fiscale. Se il risultato del lacoontico intreccio di enormi database, sofisticate applicazioni e piattaforme, affilatissimi sistemi esperti e strabilianti soluzioni di intelligenza artificiale è la comunicazione datata 14 dicembre 2020 e arrivatami il 4 maggio di quest’anno probabilmente qualcosa non funziona.

Un’ultima cosa. I 30 giorni devo cominciare a contarli da prima del Natale scorso?

P.S.    Avrei piacere che i denari delle mie imposte (e credo siano del medesimo avviso anche gli altri contribuenti) venissero spesi per l’effettiva ottimizzazione delle risorse (umane e tecnologiche) davvero mirate all’eliminazione dei reali mancati introiti di cui soffre l’Erario.

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