PROTEZIONE & DIFESE

Il caso del militare egiziano, indagato per molestie, fatto rientrare nel proprio Paese non deve stupire

Gran parte degli accordi bilaterali, nel campo della Difesa, prevede che i militari responsabili di reati commessi nel Paese che li ospita, siano giudicati dalle Autorità del Paese di origine

Molti commenti negativi ha suscitato il fatto che un militare egiziano in Italia per servizio sia stato fatto rientrare in Patria nonostante fosse sotto inchiesta per il reato di molestia.  

L’indagato, Mahmoud Mohamed Mabrok, a La Spezia con una delegazione per prendere possesso di una fregata che la Marina Militare ha ceduto all’Egitto, aveva ricevuto un avviso di garanzia dalla locale Procura a seguito di accuse di molestie nei confronti di una commessa di un solarium del centro. Ora è emerso che il militare è stato fatto rientrare nel proprio Paese e che il suo biglietto aereo di ritorno è stato prenotato direttamente dall’ambasciata egiziana. Un particolare che per gli investigatori “sta a significare che l’intera operazione ha avuto la regia dei vertici dell’esercito del Cairo”.

Secondo il parlamentare Nicola Fratoianni il caso del marinaio Mabrok apre un altro fronte di scontro tra l’Italia e l’Egitto, dopo i casi di  Giulio Regenidi Patrik Zaki e quello relativo alla vendita stessa delle fregate alla marina egiziana. In merito, ha presentato un’interrogazione parlamentare per sapere se sono stati commessi errori da parte di chi aveva il compito di impedire che il militare, sospettato di una tentata violenza sessuale, potesse rientrare senza difficoltà in Egitto prima delle conclusioni dell’iter giudiziario.

Gli egiziani hanno fatto ciò che la maggior parte degli italiani sperava facesse il nostro Governo al tempo dell’arresto dei marò in India, quando l’opinione pubblica accusava le nostre Autorità di non aver compiuto tutto il possibile per sottrarre propri militari al giudizio della magistratura indiana.

Gran parte degli accordi bilaterali nel campo della Difesa prevede che i militari responsabili di reati commessi nel territorio del Paese che li ospita, vengano giudicati dalle Autorità del Paese di origine. Per gli Stati ove vige la pena di morte tale clausola è d’obbligo e naturalmente è reciproca, pertanto, non ci si deve stupire se un militare, ad esempio del Qatar, che si rende responsabile di un reato in Italia, venga consegnato alla giustizia del proprio Paese.

La previsione nasce da un principio consuetudinario vigente già ai tempi dell’Impero romano (ubi signa ubi ius) e rafforzato durante l’era napoleonica (la loi suit le drapeau). Il NATO SOFA – l’accordo sullo stato delle forze che soggiornano nei Paesi Nato – prevede l’automatismo della giurisdizione di bandiera per i reati commessi in servizio e rilascia ad una richiesta ministeriale il passaggio di giurisdizione per quelli commessi fuori dal servizio. E’ così successo che per militari americani responsabili di spaccio o coinvolti in risse a Napoli, sede di una grande base dell’Alleanza, i relativi processi siano stati avocati dalla giustizia americana. La nostra Corte Costituzionale, più volte adita dalla magistratura italiana, ha ripetutamente confermato la regolarità del procedimento. Ovviamente è accaduto, al contrario, che nostri militari in servizio negli Stati Uniti, resisi responsabili financo di omicidio, siano stati condannati da un tribunale italiano.

Tra Italia ed Egitto in merito vige un vecchio accordo del 1998, ove non è contemplata una clausola sulla giurisdizione e pertanto un’eventuale controversia può ricondursi al principio consuetudinario. 

Non deve comunque stupire più di tanto il caso del militare egiziano e ancor meno deve aprire un incidente diplomatico. L’Egitto ha fatto ciò che da secoli fanno tutti i Paesi nei confronti dei propri funzionari all’estero per servizio.   

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