UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Quale futuro per l’educazione: selezione o omogeneizzazione?

Il messaggio in bottiglia è stato redatto da Geoffrey Woodling, già presentato e da Stephen Newman, già responsabile dello sviluppo alta direzione della Ericsson, di cui ha gestito programmi di formazione nei cinque continenti, newyorchese puro sangue, trapiantato a Parigi. La versione originale in inglese, qui disponibile, è più lunga e completa della traduzione e adattamento, responsabilità di Andrea Aparo von Flüe e di Alberto Scarpa. Tutti operativi nell’ambito di BFN/Future Realities.

Il futuro dell’istruzione è oggi argomento molto più ampio e complesso di quanto non sia mai stato in passato. La nozione stessa di istruzione tocca temi che spaziano da politica sociale e investimenti pubblici, ad aspirazioni individuali e sforzi per essere competenti e competitivi durante tutto l’arco della vita, per non parlare delle crescenti opportunità e sfide presentate dalle tecnologie digitali.

I possibili futuri dell’istruzione sono stati pensati, per troppo tempo, senza tenere conto delle mutate esigenze. Oggi, in quasi tutte le società, l’istruzione è un sistema, istituzionale/accademico, tetragono al cambiamento. Il suo funzionamento, comportamenti e risultati generano forte perplessità e una domanda di fondo: l’istruzione deve selezionare oppure omologare? Deve selezionare in ragione delle capacità e status sociale, o portare tutti a un determinato livello di prestazioni e pari capacità di contribuire alla cosa pubblica? Un finto dilemma che non ci fa vedere quanto siano necessari innovazioni e cambiamenti ben più radicali.

Quando parliamo di futuro per l’istruzione, non intendiamo semplicemente cosa viene insegnato, dove, come e a chi, ma ci riferiamo alla ampia gamma di funzioni che le scuole forniscono alla comunità.

L’apprendimento è un bisogno primario, ontologico. I clienti dell’istruzione non sono solo quelli di età compresa tra 5 e 25 anni. Per le persone anziane l’apprendimento è un mezzo per invecchiare con dignità. I luoghi educativi non sono limitati a quelli generalmente imposti agli studenti della scuola dell’obbligo.

Considerazioni che stravolgono la politica dell’istruzione.

Nella maggior parte dei paesi il curriculum educativo è troppo rigido. Tutto è regolato. Le materie insegnate, i loro contenuti, i tempi di erogazione. Non si tiene conto dei talenti e dei punti di forza degli studenti. Esiste un solo programma valido per tutti. Trattasi di retaggio pericoloso. Per soddisfare le necessità educative dell’attuale diversità della popolazione è necessaria una flessibilità molto maggiore, capace di stimolare l’entusiasmo ad apprendere, anche in modo autonomo, esplorando argomenti diversi, dissolvendo i confini – sempre e comunque artificiali – tra le sfere tradizionali della conoscenza.

Il problema è presente in tutti gli ordini e gradi, e fin dai primissimi anni.

Troppo spesso oggi la casa è un ambiente ostile: molte famiglie – non solo quelle con mezzi limitati, sfasciate o con problemi – non sono in grado di instillare un insieme positivo di valori nella loro prole. Le scuole primarie possono solo prendere atto delle capacità di apprendimento dei loro studenti di 4-5 anni, cercando di rimediare a eventuali danni causati dalla famiglia nei primi anni della loro vita.

Pochi sistemi pubblici – l’Italia è fra questi – forniscono istruzione prescolare o materna, cercando di offrire a tutti i piccoli le stesse opportunità.

Giusto? Sbagliato?

I costi dell’omissione sono evidenti, vedi i costi dei programmi di sostegno per rimediare al comportamento alienato dei bambini che hanno dovuto subire la negligenza dei genitori. Le famiglie sono meno attrezzate rispetto al passato per fornire l’apprendimento di cui i bimbi hanno bisogno, in particolare quando entrambi i genitori lavorano: una scelta spesso obbligata per pagare la retta del nido o della scuola materna. L’invecchiamento della popolazione può offrire ai nonni maggiori opportunità di fornire il sostegno necessario perché i più piccoli possano apprendere e acquisire solidi valori sociali. Ma la crescente separazione delle famiglie rende loro il compito molto più difficile.

Per non parlare delle difficoltà che avranno alcuni giovani a imparare a causa della mancata diagnosi precoce di difficoltà mentali o di comportamento.

Deve essere compito dello Stato intervenire, o è responsabilità delle singole famiglie?

Una possibile risposta può essere inferita dal successo di iniziative che consentono agli alunni ad alto potenziale, appartenenti a famiglie svantaggiate, di frequentare convitti per socializzare con una più ampia varietà di coetanei in un ambiente stimolante. Si possono così dare alle famiglie migliori opportunità di apprendimento per i loro figli.

Breve inciso. Se l’educazione è necessità di vita, dalla nascita alla morte, il modo in cui viene soddisfatta non dovrebbe generare un dilemma di responsabilità.

Competere con i nostri coetanei nei diversi giochi che la vita ci presenta è un diritto. Garantire a tutti le stesse opportunità di partecipare a sistemi di apprendimento di alta qualità di qualsiasi tipo è un dovere. Purtroppo molti sistemi di istruzione sono in seria difficoltà. Non sono più in grado di offrire agli studenti opportunità di apprendimento soddisfacenti.

In molti modi, la pandemia ha evidenziato limiti esistenti e nuove possibili azioni, offrendo una preziosa possibilità di ragionare su come fornire migliori opportunità di apprendimento Ha obbligato le scuole e le università a offrire la didattica a distanza, oltre che in presenza, e a gruppi più ristretti. Ha dimostrato fino a che punto i sistemi orientati alla valutazione delle prestazioni – verifiche periodiche ed esami – non si adattano alle dinamiche di apprendimento a distanza, per non parlare dei limiti imposti da computer domestici e collegamenti digitali inadeguati, o addirittura non disponibili.

Ha dimostrato quanto siano vulnerabili molti giovani quando non possono frequentare le aule.

Le conseguenze, economiche e sociali, della mancata istruzione di bambini e studenti sono diventate drammaticamente chiare. Si ha l’evidenza di come il costo dell’eccellenza formativa, che non deve richiedere di scegliere fra scuola pubblica e privata, sia molto inferiore ai danni generati da una cattiva scuola.

La pandemia ha anche generato pesanti dubbi sulla capacità di apprendere a distanza per garantire accessi adeguati al mondo del lavoro. A dire il vero, sempre più studenti ritengono l’istruzione universitaria incapace di aprire la strada a lavori interessanti. Meglio formarsi per lavori più tradizionali e gratificanti.

Sebbene la pandemia abbia evidenziato i limiti dei sistemi di istruzione, ha anche mostrato come il loro personale abbia trovato modi innovativi per servire le comunità locali, gli alunni e gli studenti. Questo spirito di servizio, basato sulla competenza, dimostra la possibilità di riproporre i sistemi educativi per incoraggiare l’apprendimento tra studenti di tutte le età, appartenenti a realtà diverse. Tuttavia, non bastano la buona volontà e l’improvvisazione creativa per cambiare i sistemi educativi.

Quelli fino a qui elencati sono chiari segnali che individuano le richieste che il futuro dell’istruzione deve soddisfare. La semplice modifica e aggiornamento dei contenuti non è sufficiente. La selezione per esami per accedere all’istruzione superiore è superata e insufficiente. I benefici dell’istruzione universitaria non convincono più. Non basta che la scuola riconosca la diversità degli studenti e definisca programmi formativi in grado di soddisfare i loro interessi. Deve anche insegnare ai giovani come valutare l’intera gamma di opportunità.

La sfida è garantire che tutti gli studenti abbiano accesso all’apprendimento nelle modalità a loro più adatte e che sviluppino le capacità per distinguersi in qualsiasi gruppo a cui decideranno di associarsi.

Guardiamo vent’anni avanti. L’accesso alle traboccanti fonti di informazioni è ora disponibile immediatamente, ovunque e per lo più gratuitamente e in qualsiasi contesto, perlomeno a tutti coloro che vivono nel mondo della banda larga. Non solo accedono alle informazioni, ma anche a chi le genera, comunicano fra loro e lo fanno in modi sempre più creativi e immediatamente efficaci. 

Sono in tanti, ma non tutti: esiste almeno una situazione in cui le persone sono ancora limitate nella ricerca e nella valutazione delle informazioni. Si tratta della scuola, dove lo Stato non vuol cedere la funzione di scegliere quali informazioni sono valide e in quale ordine devono essere trasmesse.

Le nostre vecchie scuole, solidi edifici dalle spesse pareti, non sempre a norma, sono state rese del tutto obsolete dalla diffusione esponenziale sia dei dispositivi utilizzati per accedere all’informazione, sia della tecnologia per distribuirla. Solo di recente la scuola tradizionale, costretta dall’ormai dipendenza degli studenti dal vivere attivamente nel mondo dell’informazione, ha aperto le nobili porte a nuovi modi di attrarre e formare. L’edificio scolastico si è unito al museo, al complesso sportivo, alla biblioteca, alla sede del governo locale, ai teatri, per non parlare delle industrie, non importa a quale livello di tecnologia, per formare una costellazione di luoghi stimolanti dove gruppi di tutte le dimensioni ed età possano massimizzare le loro capacità di apprendimento. 

Il controllo statale non riesce a stare al passo con i galoppanti progressi della tecnologia, dell’architettura, dell’urbanistica, della sensibilità ambientale. Dell’economia tutta. 

L’istruzione era un modo per lo Stato di assicurarsi che i suoi figli imparassero a essere buoni cittadini, garantendo che un determinato numero di selezionati eletti acquisisse le credenziali necessarie per assumere posizioni di responsabilità nei palazzi del potere. 

Non più. Il piano di apprendimento del lungo e noioso viaggio attraverso la scuola non è più adeguato. Non convince più nessuno. Nemmeno lo Stato. 

La maggior parte del lavoro si può svolgere da remoto. La maggior parte delle competenze vengono ridefinite e aggiornate continuamente. La maggior parte dei materiali didattici è prodotta con effetti straordinariamente ricchi e seducenti.

A scala globale. 

Nulla rimane locale. Ciò che uno Stato o una città pensa e valuta viene immediatamente confrontato con ciò che fanno gli altri. Qualunque richiesta del mondo della scuola, non importa dove, viene allineata a ciò che altri chiedono ai propri alunni e genitori. 

I bambini di Astana, Kazakhstan, possono avvalersi delle stesse metodologie, seguire gli stessi corsi, dei loro coetanei di Londra o Roma. I trenta bambini che a Copenaghen iniziano il loro percorso scolastico, proprio come hanno fatto i loro genitori, sono mescolati e abbinati a bambini di tutto il mondo. A volte dieci, a volte cento, a volte solo due, e magari anche con qualche bambino virtuale, visto che gran parte dell’apprendimento remoto, mediato dalla tecnologia, avviene comunque virtualmente.

Negli USA, ma anche altrove, molte sedi universitarie di categoria inferiore sono state acquistate da grandi aziende come Apple o Google o il New York Times che le hanno trasformate in aggiornatissimi campus per l’istruzione e la tecnologia, dove sia l’istituzione che i suoi più famosi insegnanti sono riconosciuti come brand globali, strettamente legati attraverso programmi di studio e ricerca internazionali, capaci di trasmettere conoscenza ed esperienza, di formare e guidare i giovani nella maniera più consona ed efficace.

Come può lo Stato tenere il passo, accreditando i suoi cittadini secondo le loro necessità, in un universo scolastico così innovativo, globale e basato sulla tecnologia? 

Le credenziali statali devono ora essere accreditate a livello globale e aggiornate con la stessa frequenza degli insiemi di competenze che le sostengono. 

La vita diventa un processo dinamico di scolarizzazione, apprendimento continuo, riqualificazione e rinnovamento delle credenziali, in cui la scuola è solo la parte formale dell’apprendimento permanente, il tutto con il supporto di Intelligenza Artificiale sempre più potente e Machine Learning sempre più efficace.

Il futuro dell’istruzione dovrà mirare a questa nuova realtà. L’apprendimento deve migliorare la nostra capacità di distinguere tra fonti di conoscenza e di interagire con sistemi sempre più complessi, alcuni in campi che possiamo a malapena comprendere oggi. 

L’istruzione deve fornire alle nuove generazioni la capacità di vincere le grandi sfide che dovranno affrontare. Il loro coinvolgimento si ottiene insegnando loro a utilizzare la conoscenza per presentare i propri punti di vista, assemblando le competenze necessarie per lavorare in collaborazione con gli altri. 

L’educazione deve anche instillare un sano scetticismo su ciò che si vede e si ascolta sui media, così come la capacità di riconoscere come e quando l’intelligenza artificiale potrebbe diventare una minaccia alla libertà di pensiero e di azione. 

Un’ultima osservazione. Il futuro dell’istruzione deve offrire opportunità alle persone anziane di impegnarsi in attività valide e utili, condividendo la loro esperienza con gli studenti più giovani e anche imparando da loro. 

Mettere l’istruzione al centro della collaborazione intergenerazionale potrebbe essere il suo ruolo futuro più importante. Le persone sentiranno di non poter mai adagiarsi nella pace dello status quo e la loro stessa identità e sicurezza saranno legate all’apprendimento permanente. 

L’educazione sarà la più grande industria del mondo, se sapremo definire meglio i suoi confini, nominare i suoi attori e comprenderne le dinamiche.

Chiedersi se l’istruzione debba selezionare, oppure omogeneizzare deve diventare un falso, lontano problema.

FUTURES FOR EDUCATION: BEYOND DISCRIMINATOR OR EQUALIZE

Futures for education is a far broader subject today than at any time in the past. The very notion of education touches upon social policy and public investment, individual aspirations and lifelong endeavours to be competent and competitive, and of course the escalating opportunities and challenges presented by digital technologies.  We have tried here to survey a whole range of overlapping issues and developments, each worthy of longer treatment.

For too long, futures for education have been considered apart from a wider look at changing demands of the communities they are intended to serve. In almost all societies education is an academic and institutional system that has become resistant to change. The way it functions, how it performs and what it seeks to deliver, whether as discriminator or equalizer, is hotly contested. Should education measure our academic performance against one another, or seek to achieve greater equality of outcome in life? Should it rank us in terms of our ability to compete for certain jobs and social positions of status, or try and bring everyone up to a level of equal performance and opportunity to contribute as a good citizen?

We shall argue that this apparent dilemma blinds us to the need for more radical innovation and change.  When we talk about futures for education, we do not mean simply what is taught, where, how and to whom, but we refer to the wider range of functions schools provide in a community. The need for learning accompanies our entire lives: education customers are not simply those aged 5 to 25. Younger students of today generally accept that their personal behaviour and focus will be constrained within the educational places available to them for a compulsory minimum term – but this need not be true of learning outside of that term or of the current physical infrastructure of education. Older people may see further learning as a means to retain their vibrant individuality with age. Such demands could turn education policy upside down. 

In most countries the educational curriculum is too rigid in the subjects taught, as well as being highly specific as to what is taught within each subject. Undoubtedly, one size does not fit all, and much greater flexibility is needed to serve different students’ interests, fostering their enthusiasm to learn themselves by exploring different topics and crossing the boundaries between traditional spheres of knowledge.  Schools starting at 4 or 5 cannot modify the impact on a child’s behaviour of its early years at home, which shapes its capacity for learning. Too often today the home is a harsh environment: many families – and not just those of limited means, broken or ill – are unable to instil a positive set of values in their offspring. It is the goal, for example, of the ‘First Five’ campaign in California to raise awareness of the vital importance of early years’ learning. But few public systems today provide pre-school or nursery education: should it be the role of the state to provide such learning opportunities or is that the responsibility of each family? 

If education is considered within a holistic view of life, from birth to old age, how that is supported should not be a binary choice of responsibility. The costs of omission are evident in the failure of later care schemes to remedy the disruptive behaviour of children who have had to endure parental neglect, irrespective of family status. Worse still, some youngsters will struggle to learn due to failure to diagnose mental or other behavioural difficulties. 

While the ageing of the population might afford greater opportunities for grandparents to provide the support needed to help the youngest children to learn and acquire sound social values, the growing separation of families makes it in practice far harder for them to do so. Families are less well equipped than in earlier times to provide the learning that new-borns need, particularly with two parents working – often a necessity if they are to afford nursery care. The consequence of this lack of provision is undoubtedly a growing disparity among children entering formal schooling that can affect or, worse, disadvantage their prospects for later success. In other words, education is not delivering greater equality, at least at the outset.

The question is then whether existing education systems inevitably become more successful at discriminating among pupils than in making their performance more equal. In the case of Japan, the entire education system was redesigned after WW2 to offer all children access to schooling and latterly to university. Key to this success was the low cost of attending school or college. However, the system ran counter to the elitist traditions of education in Japan and pressure mounted to provide opportunities to pay for better educational achievement. This resulted over time in intense competition among families to ensure their offspring could attend prestigious schools and colleges, at ever greater expense. The result has been to make all education increasingly less affordable for all but the wealthiest. So much so that some students now question whether they can afford to go to university at all, just to satisfy their limited expectation of college education as a necessary test for future employment. Japan’s experience is unusual insofar as it is rare for any society to redesign its entire education system. It is unfortunate that it also demonstrates how the principle of equality of opportunity to learn has been eroded in a reversion to a more elitist system, possibly at the cost of overall excellence.

In many respects however, Japan resembles other state systems in the insistence on teaching a rigidly defined syllabus and curriculum, while allowing far more innovative teaching in private schools and colleges, thereby increasing the prospect of differential performance. This is a function of changing spending priorities associated with rising wealth, which afford greater expenditure to ensure access to better schools. The market for such education has become a global reality, and elite schools compete for high-fee-paying students accordingly.

Unfortunately these shifts in education appear to leave many systems struggling to provide satisfactory learning opportunities for students. While human nature may encourage all of us to compete with our peers in different spheres of life, perhaps most would endorse the importance of at least having an equal opportunity to participate in high-quality learning systems of whatever kind.  In many ways, the pandemic has highlighted the possibilities of different learning approaches. It has obliged schools and universities to offer teaching to smaller groups online and in class. It has also demonstrated how vulnerable many young people are when unable to attend local schooling in particular. In so doing, it has shown how far systems geared to exam performance have been unable to adapt to the divergent learning opportunities facing students obliged to learn on inadequate home computing or simply lacking good support.  

The pandemic offers a rare chance to consider how better learning prospects could be provided. The high cost of failing to educate children and older students is now becoming clear, in loss of potential income. The cost of good schooling can be directly assessed where some communities pay for their children to attend schools in adjacent districts. The cost in California is $30,000 per child, interestingly much the same as that for attendance at an elite secondary (ages 11-18) day school in the UK. The implication is clear that excellence costs less than remediation. But excellence must not be a binary choice between public and private schooling at any age.  The success of encouraging able pupils from disadvantaged families to spend time in boarding schools to socialise with a wider diversity of peers in a stimulating environment is a pointer towards what might be a way for families to ensure their children were given the best opportunity to enjoy learning: a network of weekly boarding schools close to residential communities, such as London once had, where young students could be offered a sufficient number of places. 

While the pandemic has highlighted the limitations of institutions at all levels of education, it has, as in other fields, shown how dedicated staff have found innovative ways to serve local communities, pupils and students. This spirit offers hope that education systems can be repurposed to encourage learning among students of all ages and in many different circumstances. However, it takes more than improvisation to effect change in the education system.  Schooling needs to recognise the abilities of all kinds of young people and cater to their interests.  Nevertheless, it is hard for young people to evaluate the full range of opportunities that may be available. Increasingly some students feel college education fails to provide a passport to rewarding work that training for more traditional trades may offer. The pandemic has also thrown a harsh light on the difficulty of ensuring adequate access to participate in remote learning. All this points towards the demands that education futures must address. They need transparently more than simply changing the established content of schooling and its reliance on examination success for entry into further education that in turn appears unconvincing of its benefits. The challenge is to ensure all students have access to learning in whatever modes are best suited to them and are provided with the capabilities to distinguish themselves among whichever group they will associate with. 

Let’s look twenty years ahead. Post-pandemic access to the world’s overflowing sources of information has, for those in the broadband world at least, reached everyone everywhere and is available instantly, mostly free of charge and in any setting, indoor or outdoor, of one’s choosing.  And those accessing this information can access each other as well as those conveying the information in ever more creative and instantly effective ways.  In fact, one of the few environments where people are limited in their search for, and reaction to, information is in schools where the state still maintains the function of choosing which information is valid and in which order it is to be encountered. We see such explosive development in both the devices used to access information, the technology of distributing it and the irresistible addiction of living actively in such an information-pervasive world that these old schools, often thick-walled brick buildings from the nineteenth century, have been completely surpassed by massive libraries the size of one’s fingernail. Old school buildings were forced to open their doors to new ways of gathering and processing those that the state required schooled. The school building has joined the arts museum, the sports complex, the town library, the local government headquarters and neighbourhood theatres to form a constellation of inspiring places to learn, in tandem with ultra-high-tech sanctuaries for groups of all sizes to deepen their learning capabilities.

The spirit of state control is competing with galloping advances in technology, architecture and environmental sensitivity. Where schooling used to be a way for the state to secure that its children would learn to be good citizens and assure that a requisite number advance through a hierarchy of capabilities and gain the credentials needed to assume positions of responsibility, the long trek through the school plan of learning was no longer adequate or compelling. Most work is now conducted on the basis of your-first-option-is-to-work-remotely-and-not-commute, most recognized competencies are redefined and updated continuously, and most formalized materials are produced with extraordinarily rich effects and seductiveness.  What one state or one city thought and valued is instantly compared with what others are doing, what one corner of the world of schooling demands is matched against what others ask of their children and parents. The children in Astana can follow the same approaches, take the same courses, as children in London or Rome. The thirty-child cohort of students in Copenhagen, starting out on their schooling journey just like their parents once did, are mixed and matched with children from all over the world, sometimes ten of them, sometimes a hundred, sometimes just two. And why not a virtual child or two since so much of the learning is happening virtually, anyway? And why even use the word ‘virtual’ at all, since remote learning, mediated by technology, is just so common? Many campuses, relics of the age of third- or fourth-rate colleges and universities, were bought up by the likes of Apple or Google or MTN or the New York Times. Why just have Apple stores when you can have whole campuses, state-of-the-art environments for learning and technology, globally branded like their faculty, constantly updated, linked tightly through study-abroad programs, up-to-date centres for coaching and mentoring and all the supporting services that make schooling effective? How could the state keep up and give its credentials to what it needed from its citizens in such an innovative, global and technology-based universe of schooling? State credentials would now need to be credentialed globally and updated as frequently as the baskets of competencies that underpin them. Life becomes a dynamic process of schooling, reschooling, requalifying and renewing credentials, with schooling only the formal part of lifelong learning, all supported by powerful Artificial Intelligence and machine learning.

Education futures should make this vision a reality. It goes without saying that learning must embrace the immense possibilities offered by digital access to global information, and by AI to enhance the process, not least in improving our ability to distinguish between sources of knowledge and to interact with ever more complex systems, some in fields we can barely comprehend today. On the other hand, it behoves education to instil a healthy scepticism of much that students see and hear on media, as well as the ability to recognise how and when AI might become a threat to freedom of thought and action. But it is the inspiration to learn how to use knowledge to present one’s views and garner the necessary skills to work collaboratively with others that will drive students’ engagement. Education must pass the test of relevance and equip new generations with the ability to address the great challenges facing the world. 

Last, but by no means least, education futures must offer opportunities for older people to engage in valuable enquiry, share their experience with younger students and learn from them too. Putting education at the heart of inter-generational collaboration may be its most important future role. As the state’s influence weakens, the pull of a massive lifelong learning machine will take over. People will feel that they can never rest in the peace of the status quo and their very identity and security will be linked to learning. Equality of opportunity and discriminating achievement will have become a distant false choice.  As such, we can expect learning to be the biggest industry in the world, in so far as we can better define its boundaries, name its players and understand its dynamics.

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