GUERRA DELL'INFORMAZIONE

Il pericoloso messaggio mafioso della politica progressista americana

Social network davanti al Congresso: ieri audizioni per Zuckerberg (Facebook), Dorsey (Twitter) e Pichai (Google, YouTube).

Ieri il Congresso americano ha chiamato Mark Zuckerberg (Facebook), Jack Dorsey (Twitter) e Sundar Pichai (Google, YouTube) a rispondere in video conferenza ad una serie di domande mirate a comprendere quanto (non se) i tre giganti del web fossero responsabili nella diffusione di informazioni false riguardo l’assalto a Capitol Hill, il Covid-19 e i relativi vaccini.
L’intera audizione va considerata il ribadimento dell’ignoranza pressoché totale e dell’inadeguatezza della classe politica nell’esprimere un giudizio su questioni relative alle dinamiche dell’informazione su Internet ma anche della spregiudicatezza della classe politica progressista nell’instaurare un clima da processo sommario degno della Korea del Nord.

La modalità con la quale il Congresso ha interrogato i tre CEO ha infatti il sapore di un intervento avvenuto all’interno di un sistema dittatoriale: tutto l’impianto dell’audizione è stato infatti incentrato sul determinare quanto e non se le piattaforme in esame fossero responsabili della propagazione delle fake news, pre-determinando così una sentenza di condanna in assenza di processo.
È come se ad un sospetto omicida, il presidente del tribunale al quale fosse sottoposto a giudizio, aprisse la procedura processuale con la frase “lei è stato pre-giudicato colpevole, questo processo vuole solo determinare in che misura”.


Il procedimento di audizione si è aperto sotto la peggior premessa possibile quando ai tre CEO è stato comunicato che avrebbero dovuto rispondere ad una serie di domande potendo rispondere solo SI o NO, senza argomentare.
Ovviamente nessuno dei tre CEO si è limitato a rispondere a monosillabi, Dorsey e Pichai hanno risposto SI o NO facendo comunque seguire un’argomentazione mentre Zuckerberg si è limitato ad argomentare, tralasciando l’utilizzo dei monosillabi che il Congresso ha preteso di imporre.
Alla domanda se Facebook fosse colpevole di non fare abbastanza per oscurare contenuti sconvenienti infatti Zuckerberg ha risposto con l’unica risposta che chiunque fosse avvezzo ai funzionamenti del web e tenesse in considerazione il valore della libertà di espressione avrebbe potuto dare: “Il sistema non è perfetto ma è il miglior approccio che abbiamo identificato per gestire la disinformazione in linea con i valori del nostro paese. Non è possibile identificare ed eliminare tutti i contenuti sconvenienti senza violare la libertà di espressione delle persone a un livello tale da rendersi sconveniente per la società “, significando che la libertà di espressione in qualche modo ha sempre prevalenza sulla produzione di contenuti questionabili.

Il congressman Mike Doyle si è spinto oltre nel dimostrare la sua inadeguatezza nel giudicare le piattaforme social quando ha affermato che esse fossero “siti web” e aggiungendo che di fronte al dilagare della disinformazione riguardante la pericolosità dei vaccini, si fossero rifiutati di agire in autonomia evitando di cercare attivamente e censurare i post degli antivaccinisti.

Il messaggio che il Congresso ha fatto passare con questa audizione è senza ombra di dubbio di stampo mafioso e deve far suonare un campanello di allarme, perché non è possibile che un singolo partito politico, per come funziona la democrazia negli USA, arrivi a pre-determinare lo stato di colpevolezza di industrie private quando esse, adeguandosi ai valori del Primo Emendamento della Costituzione americana, si rifiutino di censurare nella misura auspicata dallo stesso partito politico tutti i contenuti che non fossero adeguati al suo disegno politico.
Il messaggio è mafioso perché porta una condanna in assenza di giudizio, perché impone di rispondere senza poter argomentare ma soprattutto perché trasferisce la per nulla velata minaccia “o fai come dico io censurando chi dico io o sei morto”.
Quest’ultima minaccia è stata chiaramente formulata quando ai tre CEO è stata contestata la mancata azione proattiva censoria nei confronti di coloro che hanno usato le tre piattaforme per coordinarsi durante la protesta a Capitol Hill mentre non è stato fatto alcun riferimento all’utilizzo delle stesse da parte di gruppi ben visti dai progressisti quali i Black Block, i Social Justice Warriors e i Black Lives Matter che le hanno utilizzate in misura ancor maggiore e reiterata per organizzare proteste spesso culminate in violenza urbana, saccheggi e omicidi.

Il giorno in cui a un singolo partito politico dovesse essere consentito di esercitare azione censorie unilaterali, quello sarà il giorno che decreterà la morte della democrazia nel web ed è quantomeno singolare che i media americani non si siano schierati in blocco contro tale percorso distopico.
D’altro canto, la questione è molto facilmente derimibile:  se la libertà di espressione è il fondamento della Costituzione allora a tutte le opinioni deve essere consentito di trovare spazio, anche a quelle più violente, sconvenienti, ancorché false.
Se invece il sistema consente a posteriori di censurarle, allora non si può affermare che negli USA la libertà di espressione sia un diritto costituzionalmente garantito.

L’uniformità di opinione la si è sempre e solo avuta negli Stati con una radice socialista estremista: la Germania nazista di Hitler, l’unione Sovietica di Stalin, la Cina maoista, la Cuba di Castro, la Korea del Nord di Kim Jong-un e la Cambogia di Pol Pot.
Dovremmo quindi preoccuparci? Forse si.

         

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