UN MESSAGGIO IN BOTTIGLIA

Il Paese ha bisogno di essere connesso ma ad Infratel non interessa

L’odissea di un comune cittadino che si scontra con la cattiva burocrazia per la richiesta del bonus connettività

Cari amici di infosec.news,

quella che vi racconto è un’odissea. Un fatto che col passare del tempo sta trascendendo i confini del poema leggendario acquisendo contorni tragicomici. Andiamo per ordine. Come tutti sapete, per incentivare lo sviluppo tecnologico del Paese lo Stato ha pensato di istituire un voucher, anche detto bonus connettività. In questa prima fase della sua applicazione in particolare è stato previsto che il contributo economico venga erogato alle famiglie a basso reddito. Chi è sprovvisto di una connessione, o ne ha una con la vecchia tecnologia ADSL, può ottenere un contributo per passare ad una connessione più veloce. Tipicamente -al variare del tipo di tecnologia disponibile- gli operatori offrono un contratto con fibra fino a 100Mbps (FTTC) o fino a 1Gbps (FTTH). Un bel salto in avanti, no?

Bene, se queste sono le premesse, eccomi a rovinarvi la giornata con l’ennesimo caso di cattiva burocrazia. Il bonus connettività prevede che la richiesta di sottoscrizione del contratto passi prima per l’approvazione da parte di una società, controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico, che oramai domina i miei incubi nelle notti più agitate: Infratel Italia. Solo dopo aver ottenuto il lasciapassare della suddetta azienda, l’operatore di turno può procedere ad acquisire il cliente nel suo portafoglio e fornirgli i servizi desiderati.

Detta così non suona neanche male. È evidente che ci debba essere un controllo a monte per stabilire se il richiedente ha davvero i requisiti di legge, ma quanto tempo richiede questa procedura? Due settimane? Un mese? Due mesi? Siete fuori strada. Nel mio caso siamo già oltre i due mesi.

“Perché non contattarli allora?”, vi chiederete. È quello che ho fatto e ho deciso di documentarvelo.

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In questa prima immagine è mostrato il tentativo di un primo contatto diretto con Infratel Italia – 11 febbraio, ad oltre un mese dalla sottoscrizione – la quale con un messaggio standard ed evasivo mi invita a chiedere all’operatore di riferimento per ogni informazione concernente la pratica. Armato di santa pazienza chiamo il numero verde e mi viene comunicato che si attende il “lasciapassare” di Infratel per procedere. Passa febbraio, con la TIM sommersa quasi quotidianamente dai miei reclami, e decido il 3 marzo di scrivere di nuovo a Infratel, come visibile dalla seconda immagine. 

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Questa volta all’e-mail non viene neanche data risposta.

Stanco, deluso e disorientato decido di passare alle maniere forti e di contattare direttamente la controllante, il Ministero dello Sviluppo Economico, come vedete dalla terza immagine.

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Con mia somma sorpresa da Roma rispondono in giornata inoltrando il sollecito alla controllata, mettendomi in copia carbone, come vedete nella quarta immagine.

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Nella stessa giornata arriva la risposta, questa volta meno parco di dettagli e spiegazioni, come vedete dalla quinta immagine.

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Qui viene il bello. Infratel dichiara di completare le operazioni di verifica con un tempo svizzero di 24 ore, zero minuti e zero secondi (Non sgarriamo, bisogna essere precisi!). Sicuro di me, faccio aprire un ticket a TIM per capire perché sia tutto ancora fermo. La risposta? Dai, ormai lo sapete! La pratica è in attesa di approvazione da Infratel!

Il mio tra le altre cose non è un caso isolato. Il proprietario del negozio TIM in cui ho sottoscritto il contratto mi ha detto che le pratiche voucher sono tutte in ritardo. Persino un suo familiare, sua cugina, risulta ancora oggi in attesa da dicembre.

A riprova di ciò anche l’ultimo contatto con una gentilissima operatrice del 187, la quale mi ha detto di far parte del gruppo di 120 persone che per TIM si occupa esclusivamente di voucher, che ci ha tenuto a rincuorarmi del fatto che moltissimi altri come me attendono. Non da gennaio, da novembre 2020!

Che dire, si saranno addormentati. Nel frattempo che siano addormentati, scansafatiche o fannulloni – lascio a voi la definizione- il Paese aspetta, ma non c’è tempo. Siamo in zona rossa, costretti a lavorare e studiare da casa. Hanno un atteggiamento…Aspettate! Mi stanno chiamando su Zoom, devo scappare. Sperando che la connessione mi assista.

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